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In carcere o tenuti in ostaggio Inferno in Guinea per 5 italiani

Sono in carcere da mesi senza un capo di imputazione

«Rivolgiamo un appello a tutte le istituzioni perché si occupino dei nostri familiari detenuti in Guinea. Sono in carcere da mesi senza un capo di imputazione. È dal 21 marzo che un uomo di 61 anni si trova in un carcere della Guinea equatoriale. La nostra è una vita lacerata». La voce di Carla Strippoli e Patrizia Galassi, madre e sorella rispettivamente di Filippo e Fabio Galassi, è rotta dal pianto mentre raccontano di un fratello e un figlio «ostaggi della giustizia guineana, ormai da mesi, senza che nel frattempo sia stata formulata alcuna imputazione formale nei loro confronti». La Farnesina assicura che sta seguendo il caso con la massima attenzione e mantiene costantemente informati i familiari.

Al momento, oltre a padre e figlio, in Guinea sono bloccati anche altri tre italiani coinvolti nella stessa storia: Daniel Candio, amico di Filippo e anche lui detenuto in carcere, Fausto Candio (padre di Daniel) a cui è stato ritirato il passaporto, e un quinto dipendente dell'azienda che ha chiesto l'anonimato. Cinque connazionali in tutto quindi, finiti in una vicenda complicata e ancora poco chiara, ambientata in un paese dove l'Italia non ha un'Ambasciata, solo un Consolato, (mentre nel nostro Paese esiste la sede diplomatica della Guinea), e che ha già «ospitato» altri connazionali nelle sue carceri lager. È il caso di Roberto Berardi, l'imprenditore di Latina arrestato a gennaio 2013 e rilasciato a luglio, quasi in concomitanza con i cinque fermi, per accuse analoghe. Le similitudini tra i due casi, inoltre, non finisco qui. In comune hanno anche un personaggio: Teodorìn Nguema Obiang Mangue, il figlio del presidente della Guinea.

L'incubo di Fabio e Filippo è iniziato il 21 marzo scorso, quando la polizia guineana li ha arrestati sostenendo che stavano tentando la fuga dal paese con valigie cariche di soldi, il frutto di una truffa, di una frode o forse un furto, ancora non è chiaro, ma sicuramente qualcosa legato all'azienda General Work di cui erano dipendenti. Nei bagagli, però, gli agenti hanno ritrovato solo effetti personali. L'esito negativo della perquisizione non ha comunque impedito l'arresto e i due sono stati condotti in carcere. Il 25 marzo Filippo viene rilasciato, ma privato del passaporto, mentre il padre continua a restare in carcere. Il 24 giugno, però, accade altro. Mentre Fabio è in Tribunale, Filippo viene arrestato nuovamente insieme a Daniel, mentre a Fausto viene tolto il passaporto, così come ad un quinto dipendente della stessa azienda. Da questo momento in poi inizia una vera e propria odissea.

Nonostante siano passati mesi le autorità guineane non hanno ancora formulata alcuna accusa. «Noi come Riva Destra abbiamo subito sposato la causa - ha dichiarato il segretario nazionale, Fabio Sabbatani Schiuma - che è una causa di giustizia. Siamo terrorizzati dall’immobilismo e dalle chiacchiere del governo, le stesse di cui hanno fatto le spese i Marò. Non vorremmo accadesse ad altri connazionali, visto che anche in Guinea ci sono notevoli interessi economici».

Dalle informazioni raccolte dalla famiglia e dal legale sembra che l'arresto sia legato alle vicende finanziare dell'azienda per cui lavoravano dove però, nessuno di loro aveva alcun potere di firma, essendo tutti consulenti.

«Abbiamo appena mandato una lettera di messa in mora alla proprietaria dell'azienda, per avere la documentazione relativa ai suoi dipendenti - ha spiegato il legale delle famiglie, Renato Boccafresca - perché, anche se non formalmente, l'accusa è legata all'azienda o a chi ne era responsabile». L'azienda, a quanto risulterebbe, versava in gravi condizioni economiche e da mesi non versava gli stipendi ai dipendenti a causa del mancato pagamento delle commesse da parte dello Stato.

Un giallo nel giallo se si considera che la General Work era partecipata proprio da Teodorìn Nguema, destinatario di un mandato di cattura internazionale emesso dalla Francia con l'accusa di riciclaggio di denaro e appropriazione indebita di soldi pubblici e processato in America per riciclaggio di proventi di attività corruttive. Il rampollo guineano era in affari anche con Roberto Berardi, rilasciato a luglio scorso, sempre per vicende legate a presunti ammanchi di soldi nell’azienda di cui era socio sempre insieme a Teodirin Nguema.

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