Prima carnefice poi vittima La vera storia di Joe Codino
Terrore nel quartiere di Montesacro Joe Codino è il personaggio incongruo di una leggenda metropolitana che cavalca gli anni ottanta prima come carnefice e dopo dieci anni come vittima. Il nomignolo gli è conferito, come un titolo sgradito, dalla polizia, per via del ciuffetto con cui annoda i capelli dietro la nuca. Joe ha un nome vero. Si chiama in realtà Sergio Marcello Gregorat, vive a Sacrofano in una bella famiglia che dedica la sua vita alla musica. Il padre è stato un eccellente musicologo, così come il fratello. Lui esprime la sua arte lavorando come liutaio. È abilissimo, anzi. Uno dei più bravi. Ha scelto una professione artigianale protesa verso la cultura. In lui non latitano doti e carismi: il suo viso è un trangolo di spigoli e inquietudini, interessante. Ha un fisico palestrato ed è uno di quei giovani benestanti che sa dire grazie e sa scusarsi, perché ha ricevuto una buona educazione. Gregorat irrompe nelle pagine di cronaca il 13 agosto 1987, quando viene arrestato dal vice questore Gianni Carnevale, l'altra figura carismatica di questo racconto. Un poliziotto che sa fare il suo mestiere e che possiede il raro pregio di valutare, alla prima occhiata, chi gli sta di fronte. A Gregorat vengono attribuite tredici violenze sessuali avvenute nel quartiere di Montesacro. Violenze che si consumano in realtà in maniera anomala: sono (talvolta) goffe esternazioni sessuali che coinvolgono le sue vittime, alle quali ruba una catenina o un braccialetto. Tutte vengono avvicinate all'interno di portoni bui. Gli episodi si susseguono a ripetizione dalla primavera del 1987 e Carnevale fa della caccia a «Joe Codino» quasi un'ossessione perché a Montesacro si è diffusa la paura. Tuttavia Gregorat, finito in manette, confessa i reati commessi, raccontando di come sia iniziata quell'attività di cui peraltro non avrebbe bisogno, attraente com’è. Racconta di aver conosciuto una ragazza e di aver avuto un rapporto sessuale felice per entrambi. Tre giorni dopo, però, quella stessa giovane donna l'ha incontrata di nuovo in discoteca e lei, davanti agli altri, l'ha accusato di averla violentata. Quell'accusa accende un interruttore o lo spegne, nel cervello di Sergio Marcello Gregorat, che si trasforma nell'odiato «Joe Codino». Condannato, finisce in galera: ne uscirà nel luglio 1995, dopo aver scontato sette dei nove anni e quattro mesi che gli sono stati inflitti. Fine della storia. Almeno per il momento. Joe Codino è resuscitato? Dal 6 ottobre 1996 e fino al 19 aprile del 1997 a Roma torna l'incubo del violentatore seriale. Il modus operandi è quello del vecchio Joe Codino, i quartieri in cui il criminale opera sono il Nomentano, Talenti fino a Montesacro. Si calcola che siano una trentina le donne aggredite, anche se le denunce sono solo sedici. Una di queste, Giovanna, partecipa ad una conferenza stampa nella quale asserisce di aver riconosciuto nel suo aggressore Sergio Marcello Gregorat. Joe Codino, insomma, è tornato ad agire. L'uomo ha seguito un lungo percorso terapeutico, si è fidanzato con una bellissima donna, Maria ed ha ricominciato la sua attività. Gianni Carnevale, che avrebbe potuto riprendere il caso e vederci chiaro, è stato promosso questore e svolge il suo incarico a Latina. Alle donne sottoposte a violenza viene mostrata la foto di Gregorat, un terzo di esse lo riconosce, qualcuna senza convinzione. Il nove maggio 1997 finisce in manette. Di nuovo. Lui si ribella, non confessa proprio niente perché niente ha commesso. «È uno schifo. Da quando sono uscito dal carcere non ho fatto niente di male. Vogliono solo incastrarmi». A difenderlo, oltre alla sua famiglia e alla fidanzata, anche un comitato spontaneo organizzatosi per dimostrare la sua innocenza. E la prima a sostenerlo è la psicologa che lo ha seguito in quel faticoso percorso di recupero. «Gregorat - dice - è un altro uomo, rispetto al ragazzo che sbagliò quando aveva 25 anni». Com’è prevedibile, viene rinviato a giudizio, seguito da un avvocato agguerrito, Anna Maria Gracea, che si dimostrerà abile nel capovolgere quelli che sono indizi forse frutto anche di suggestione, in un'altra verità. Quella reale. Va detto che viene richiesto l'esame del liquido seminale rinvenuto sugli abiti delle vittime in un paio di episodi. Il dna sconfessa la tesi secondo la quale è Joe Codino il responsabile di quegli abusi. C'è un altro violentatore in giro, impossibile dire chi sia. Un emulo, forse. Il 28 gennaio 1998 Gregorat viene condannato, dopo 8 mesi di carcere, a cinque anni e quattro mesi di reclusione per le violenza ma solo riferite a tre donne. Lui piange, cerca la fidanzata, le mani si intrecciano, attraverso le sbarre. Resta la lunga sequenza di altre violenze che non viene attribuita a nessuno. Joe Codino è morto Non può finire così. Sergio Marcello Gregorat l'aveva detto alla stampa, uscito dal carcere la prima volta. "Joe Codino è morto. Per favore, non chiamatemi più così". Si era tagliato anche il ciuffo di capelli dietro la testa, adesso li portava corti. La condanna del 1998, in primo grado è solo l'inizio di una battaglia processuale, una di quelle toste. In Appello, la condanna viene confernata, ma la pena diminuita: tre anni e nove mesi. Poi la Cassazione annulla tutto e rimanda la vicenda all'Appello. Questa volta l'innocenza del «fu» Joe Codino viene sancita da un verdetto. Gregorat è troppo miope per muoversi senza gli occhiali e nessuna delle donne aggredite ha riferito di aver avuto a che fare con un aggressore provvisto di lenti correttive. Dopo cinque anni di processi finalmente la verità. Segue la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione: 100.000 euro che gli vengono dati. Chiarezza sugli episodi di violenza di quella stagione non sarà mai fatta. Ma fortunatamente Joe Codino è morto, Sergio Marcello Gregorat è tornato alla sua musica.