In aula il grande affare dell’arte contraffatta
Avrebbero acquistato, ricevuto o comunque intermediato oltre duecento opere contraffatte, per la stragrande maggioranza attribuite al grande e prolifico esponente della Pop Art italiana Mario Schifano, provvedendo o contribuendo in alcuni casi anche alla loro autenticazione. Con queste accuse 12 persone, imputate a vario titolo di ricettazione e violazione del Codice dei beni culturali, sono a processo davanti al tribunale monocratico di Roma per una delle non poche vicende giudiziarie legate alla marea di falsi che hanno invaso il mercato prima e dopo la morte di uno dei pittori più "clonati" di tutti i tempi. Tra gli accusati c’è anche Anna Maria Governatori, già gallerista ad Arcinazzo, che conobbe l’artista ad inizio Anni Ottanta e lo ospitò nella sua casa in provincia di Roma durante un periodo di crisi dovuto ai problemi con l’eroina ricevendone in cambio una cinquantina di quadri. Un nome già noto alle cronache, con condanne passate in giudicato per vicende legate alla contraffazione e alla vendita di tele attribuite all’artista. Oltre alla Governatori, che in questo procedimento è accusata di aver trattato, commercializzato o comunque autenticato tra 2008 e 2009 92 opere, davanti al giudice ci sono anche appassionati collezionisti e professionisti, come un architetto della provincia di Frosinone che avrebbe trattato 60 delle 204 tele sequestrate. «Si tratta di opere autentiche o comunque acquistate in piena buona fede», afferma però l’avvocato Pietro Nicotera che assiste uno degli imputati. «Come ha spiegato in aula il perito di parte nel caso di Schifano siamo di fronte a una produzione seriale, spesso delegata a una produzione seriale, spesso delegata ad allievi, occorre molta cautela prima di parlare di falsi».