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"Non abbiamo commesso reati Ecco perché rifarei tutto alla Diaz"

Parla l'agente Tortosa, uomo del VII Nucleo

La ferita si è riaperta alcuni giorni fa, quando la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il reato di tortura. Quella ferita si chiama Diaz, scuola Diaz. E tutto ciò che, a cominciare dalla «macelleria messicana», ruota attorno al G8 di Genova del 2001. Fabio Tortosa è un poliziotto con 22 anni di anzianità alle spalle. Quella sera era alla Diaz assieme agli altri uomini del VII Nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma guidato da Vincenzo Canterini. Lo scorso 9 aprile, su Facebook, ha scritto questo post: «Io sono uno degli 80 del VII NUCLEO. Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte». Silenzio fino a ieri quando il post ha cominciato a fare il giro della rete. Ed immancabile è esplosa la polemica. Al punto che sono stati avviati accertamenti, mentre il ministro degli Interni Angelino Alfano fa sapere che non «esclude alcuna ipotesi di provvedimento disciplinare, anche quello di massima severità». Quando lo raggiungiamo telefonicamente anche lui è stupito da certe reazioni. «La mia frase - esordisce - è stata interpretata ad arte, scientemente. La mia non è e non vuole essere apologia di reato».

 

Allora perché rientrerebbe alla Diaz?

«Né io, né gli uomini che quella sera erano con me, ci siamo resi responsabili di alcun reato. Per questo lo rifarei. Per me è stata una semplice operazione di ordine pubblico. I mezzi coercitivi sono stati utilizzati secondo quanto previsto dal codice penale. E l’operazione è stata attuata solo al fine di sconfiggere una violenza, opporsi ad una resistenza. Questo è quello che rifarei».

 

Ma quella sera alla Diaz furono commessi dei reati.

«Se lei mi chiedesse: "Se lei sapesse che in prima persona o attraverso gli uomini che erano con lei sono stati compiuti dei reati, lo rifarebbe?" La mia risposta è secca: assolutamente no».

 

Quindi, come scrive in un altro post, esiste «un’altra verità» su quella notte alla Diaz?

«C’è un’altra verità ed è uscita dalle carte processuali. Peccato che non si sia tenuto conto di questa cosa in sentenza. Perché Canterini e Fournier (Michelangelo, nel 2001 vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma ndr) hanno detto che gli uomini del VII Nucleo, una volta entrati, si sono trovati davanti ad una "macelleria messicana". Questa verità, quindi, non è nuova, non è di oggi».

 

Ma non se ne parla mai.

«Non se ne parla mai e io non so perché. Gli uomini che erano con me non sanno perché. E sono 14 anni che non lo sanno».

 

La «macelleria messicana» non fu opera vostra. E allora chi sono i colpevoli?

«Legga il libro di Lorenzo Guadagnucci, Noi della Diaz. Lui, ad un certo punto, individua il suo "torturatore personale" e gli affibbia un nickname estemporaneo: "camicia bianca"».

 

Quindi non era un uomo in divisa?

«Non solo. Vedrà che, sempre nel libro, c’è scritto che chi malmenava e picchiava quella notte alla Diaz indossava il fratino Polizia».

 

Perciò voi, entrati in un secondo momento, avete trovato la "mattanza".

«Sì, tra l’altro la nostra attività era quella di radunare tutti gli occupanti di quella scuola in palestra. Così da poterli identificare in tranquillità. Quindi noi siamo andati direttamente ai piani per poi, scendendo, radunare tutti i fermati al piano terra. Una volta effettuata l’attività siamo usciti dalla scuola. E c’è chi è rimasto dentro».

 

Ma lei cosa ha provato quando ha visto corridoi e stanze piene di sangue?

«Inizialmente non pensavamo che qualcuno avesse fatto qualcosa prima e dopo il nostro intervento. Pensavamo che il sangue fosse dovuto al nostro intervento. Perché se io le do una manganellata mentre lei prova a resistere, può succedere che esca del sangue. Solo dopo abbiamo saputo cosa era successo. Molto dopo».

 

Quindi per un attimo avete pensato foste stati voi?

«Quando poi è emerso che alcuni erano stati circondati e picchiati da 30 persone abbiamo subito capito che non potevamo essere stati noi. Anche perché avevamo una formazione addestrativa e la nostra mission era quella di radunare le persone per permettere ad altre unità operative di identificarle, non certo di accanirsi sul singolo. E non certo con quella violenza. Potevamo aver vinto una resistenza o esserci opposti ad una violenza, questo sì, ma torturare è un’altra cosa».

 

Cosa cercavate quella sera alla Diaz? C’erano o no i black bloc?

«Io li ho visti sfilare alcuni secondi prima del nostro arrivo. Eravamo andati alla Diaz perché sapevamo che li avremmo trovati sicuramente lì. Se tornassi sul posto le farei vedere esattamente il tragitto che hanno fatto anticipando la nostra chiusura della strada. Ma vista la nostra attività non potevamo deviare dal percorso. Dovevamo eseguire subito l’ordine. Tra l’altro pensavamo che quelli che avevamo visto fossero solo una parte del gruppo».

 

Ok, voi avete rispettato la vostra mission. Perché altri non l’hanno fatto?

«Questo non lo so. Tutti quelli del VII Nucleo che sono stati chiamati al processo in qualità di testimoni hanno sempre raccontato e ribadito questa versione».

 

E come si è concluso il processo?

«Alcuni dei capisquadra, cioè coloro che guidavano unità da 10 uomini, sono stati condannati in base all’articolo 40 comma 2 del codice penale (reato omissivo ndr). I vertici, invece, sono stati condannati per la confutazione della prove. Ma, le chiedo, agenti scelti possono aver architettato un piano che comprendeva addirittura la mistificazione delle prove?»

 

Vuole dire qualcosa a chi, dopo il suo post su Facebook, l’accusa di essere un «macellaio»?

«Li invito solo a leggere le carte processuali da cui si vede che chi era professionista dell’ordine pubblico ha operato nella totale legalità. Non posso dire lo stesso di tante altre persone non identificate e non identificabili che erano all’interno di quella scuola».

 

Quindi le accuse che arrivano dall’Europa sulla Diaz sono accuse a persone che non conosciamo?

«Purtroppo sì».

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