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Carminati: «Sono un bandito ricco»

L’ex estremista di destra: «Se tiro fuori i soldi ho paura che me li levano» Ecco l’elenco di immobili e terreni sequestrati dalla Finanza alla cricca

L’obiettivo era di eludere le misure di prevenzione patrimoniale. Nascondere tutti i beni riconducibili al boss di Mafia Capitale, Massimo Carminati, intestandoli a prestanome e a soggetti che in apparenza non avevano rapporti con l’organizzazione criminale.

È l’intestazione fittizia di beni il vero meccanismo per celare il «tesoro» di «Er cecato». «L’intestazione (…) dei flussi finanziari illeciti – si legge negli atti d’indagine della Procura della Repubblica di Roma - esprime certamente la finalità da parte di Carminati, condannato per reati contro la pubblica amministrazione e assiduo frequentatore di fatti riconducibili ai più gravi tipi legali previsti dal codice penale, di sottrarsi a misure di prevenzione patrimoniali». Infatti, «il fondato timore di Carminati di essere sottoposto a misura di prevenzione emerge evidente dalla sua continua premura di non aver, nonostante la sua ingente disponibilità economica, più volte manifestata, nulla d’intestato e di non utilizzare il denaro del quale dispone, come da lui stesso dichiarato» nelle intercettazioni: «Io sono ricco – dice – te dico la verità…io sono un bandito ricco. C’ho difficoltà a tirà fuori i soldi perché senno me li levano». Una ricchezza, dunque, che ancora non è stata ben quantificata, anche se gli accertamenti investigativi del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Roma hanno consentito di porre sotto sequestro ben 200 milioni di euro di beni. Ma c’è altro. A partire da conti correnti bancari che sarebbero sparsi all’estero e che, tuttavia, hanno lasciato una traccia nelle intercettazioni telefoniche. Traccia che gli investigatori delle Fiamme gialle stanno seguendo con accuratezza, intrecciando anche gli incartamenti societarie con i nomi che si rincorrono nelle telefonate soprattutto di Salvatore Buzzi, braccio imprenditoriale di quella che il Tribunale del Riesame di Roma ritiene essere un’associazione mafiosa in piena regola. D’altronde gli accertamenti del procuratore capo Giuseppe Pignatone, dell’aggiunto Michele Prestipino e dei sostituti Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli, hanno documento la ramificazione del clan negli apparati pubblici, oltre all’accumulo di ricchezza grazie all’aggiudicazione di gare d’appalto. E cosi, questi preliminari accertamenti patrimoniali, hanno permesso di individuare questi primi beni ai quali sono stati posti i sigilli. Difatti, stando agli atti, sono otto i capi d’imputazione relativi all’intestazione fittizia di beni tesa a evitare le misure di prevenzione patrimoniali. Così, dando un’occhiata alle singole accuse, si scopre che Carminati «attribuiva fittiziamente ad Alessia Marini la titolarità della villa, ubicata in Sacrofano (Rm), in via Monte Cappelletto». Poi c’è l’intestazione fittizia al consorzio Eriches 29, quello che faceva man bassa di appalti nel settore immigrazione grazie a Luca Odevaine, testa di ponte nei rapporti istituzionali, di ben 1 milione di euro. C’è anche un’altra villa a Sacrofano, che il boss intesta direttamente a Marco Iannilli, suo factotum e imprenditore della società fallita Arc Trade, travolta da un’inchiesta della Procura per false fatturazioni. In tutto i beni cui i magistrati hanno posto i sigilli sono 130, sparsi in tutto il Lazio e a Londra.

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