Sangue versato e santini bruciati Riti antichi per moderni criminali
Capanni nascosti tra gli aranceti di Rosarno o circoli privati nella periferia Lombarda, ristoranti in Germania o calzolerie di un carcere abruzzese: il luogo fisico non c’entra, ogni angolo va bene per «formare la società», perché una volta compiuto il rito, quando cioè gli adepti di un clan si raccolgono per distribuire le nuove cariche (i fiori, come vengono chiamati in gergo), il cerchio che formano dopo avere recitato le parole della tradizione ha valenza totalizzante, quasi metafisica. È in quell’arena virtuale che le «locali» formalizzano i passaggi di grado dei loro adepti, e loro, gli ‘ndranghetisti, ci credono veramente: è la liturgia che diventa pratica e che quindi rende reale anche il rituale utilizzato da sempre dagli uomini del crimine organizzato calabrese. Sono formule che vengono dal passato quelle utilizzate per formare la società di ‘ndrangheta, e al passato fanno riferimento, sia che si tratti dei tre mitologici cavalieri spagnoli (Ossu, Mastrossu e Carcagnossu) che, vuole il mito, uccisero lo stupratore della loro sorella prima di dividersi per dare vita alle consorterie criminali di Sicilia, Calabria e Campania, sia che invece si faccia riferimento agli eroi risorgimentali (Garibaldi, Mazzini e Lamarmora) che fanno l’occhiolino alla massoneria. L’iniziazione di un nuovo membro di una «locale» (i clan della mafia calabrese che devono avere almeno 50 soldati) è una cosa importante e per sottolineare il momento i custodi delle regole (che nella ‘ndrangheta pesano quasi quanto i boss che muovono miliardi) si tramandano da decenni i rituali da eseguire. Rituali che possono cambiare nella forma ma che ritrovano intatta la loro potenza evocativa nella sostanza: un buco fatto con un coltello per fare scorrere il sangue, un santino di San Michele Arcangelo (per ironia della sorte, protettore della polizia) da farsi bruciare sul palmo della mano, un giuramento di totale sottomissione alla «società»: i passi sono sempre gli stessi e tutti gli affiliati alla ‘ndrangheta, dai ranghi più bassi reclutati nella campagne poverissime d’Aspromonte, dove la promessa di un auto può valere il rischio di un viaggio come corriere della coca, fino al rampollo del «mammasantissima», che deve aspettare i 14 anni per la sua prima iniziazione, devono passare sotto questo rito. Sembra mero folklore, invece in tutte le operazioni delle distrettuali antimafia ci sono riferimenti al «circolo formato». C’era un santino bruciacchiato nella tasca di Tommaso Venturi, una delle sei vittime della strage di Duisburg del ferragosto 2007: gli inquirenti hanno ricostruito come all’interno del ristorante «da Bruno», oltre al compleanno del ragazzo poi rimasto ucciso, si fosse svolto il rito antico custodito nei manuali che si tramandano scritti a mano da mafioso a mafioso. Quello di ieri poi non è il primo «circolo formato» che viene intercettato dalla magistratura. Il primo rituale della «formazione della società» ripreso dalle forze dell’ordine riguarda una riunione a London, nel Canada occidentale, dove la polizia federale (siamo nell’inverno 1985), grazie al coraggio di una giubba rossa di origine calabrese che era riuscito a infiltrarsi, era riuscita a captare la formula «Mangerò con i miei compagni e dividerò con essi giusto e ingiusto, carne, pelle, ossa e sangue fino all'ultima goccia. Se fallirò ogni macchia d'onore sarà a carico mio e a discarico della società». E se nelle campagne comasche il rito (che era quello per il passaggio a Santista, ruolo apicale che consente l’adesione e il contatto anche con i poteri ufficiali dello Stato) prevedeva la formula «in nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora passo la mia prima, seconda e terza votazione sul conto di Buttà Giovanni. Se prima lo conoscevo di un saggio fratello fatto e non fidelizzato, da questo momento lo conosco per un mio saggio fratello», quello rinvenuto nella disponibilità di Gianni Cretarola, in un garage di Torrevecchia, era addirittura scritto in codice, pur di evitare che le «guardie» potessero interpretarlo. Cretarola (condannato a 12 anni di carcere per l’omicidio di Vincenzo Femia nei dintorni del raccordo e che è adesso un prezioso collaboratore di giustizia in grado di raccontare agli inquirenti degli equilibri della mafia calabrese nella Capitale) ricevette la sua affiliazione direttamente dietro le sbarre, ma il luogo fisico non conta: è il «circolo formato» l’unica cosa che conta, perché nel caso della ‘ndrangheta spesso, la forma è sostanza.