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Le grandi balle sul rifugio di Riina E l’accordo con le cosche non c’è più

 

Siamo al «cedimento strutturale» dei cosiddetti professionisti dell’antimafia? Al crollo di tutto ciò che ha rappresentato lo sfondo della cosiddetta Trattativa Stato-Mafia? Al knock-out di certe tesi tanto care a certi pm, a gran parte della carta stampata e amplificate da talk show il cui copione era sempre pre-scritto? È probabile.

Il processo sulla presunta Trattativa, che vede fra gli imputati l’ex generale del Ros, Mario Mori, traballa pericolosamente; quello sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano si è concluso in primo grado con l’assoluzione degli imputati, tra cui lo stesso Mori, e le nuove accuse della procura di Palermo non sembrano in grado di rimetterlo in piedi; il pataccaro Massimo Ciancimino, osannato da molti pm e dai mass media per il supporto che le sue rivelazioni avrebbero potuto dare alla tesi della «trattativa», è finito sotto processo per calunnia; e infine la deposizione del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sta provocando uno scontro all’interno della procura di Palermo, protagonista della «caccia ai trattativisti». C’è, però, un altro capitolo della «saga delle fantasie», quello sulla mancata perquisizione del covo di Riina e sull’«accordo indicibile» fra Stato e mafia che nasconderebbe. Ma a metterci la parole «fine», dopo il processo conclusosi con l’assoluzione degli imputati, tra cui lo stesso Mori, insieme al Capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, ci ha pensato un libro. S’intitola «L’ultimo rifugio di Riina. Storia di una fabbricazione mediatica», scritto da Syquem Caladejo, pseudonimo del vero autore, pubblicato da Sostenitori.info e Censurati.it e scaricabile gratuitamente. Un testo che si concentra sul 15 gennaio 1993, giorno della cattura di Totò u’ curtu, e sulle «balle mediatiche» propinateci per anni.

Il libro, non a caso, non è diviso in capitoli ma in dieci «vulgate» e dimostra come Mori e Ultimo abbiano solo portato a compimento il loro dovere assicurando alla giustizia, dopo 23 anni di latitanza, il boss dei boss. Nessuno ha ingannato la procura di Palermo, allora diretta da Gian Carlo Caselli, visto che, scrive l’autore, la scelta di non perquisire il covo di via Bernini 54, a Palermo, fu di natura investigativa e venne condivisa dallo stesso Caselli coi militari del Ros. Una decisione mirante a proseguire le indagini e smantellare l’intera «struttura mafiosa» dei corleonesi. Una scelta, di Caselli e del Ros, motivata dalla quasi certezza che nella casa dove vivono moglie e figli, il capomafia non nascondesse un bel nulla. E anche dal fatto che l’irruzione, potendo avvenire solo ore dopo la cattura, sarebbe stata inutile, perché familiari e complici del boss erano stati informati immediatamente da loro sodali della cattura del Padrino, e dunque ciò che c’era da far sparire, sarebbe sparito in pochi minuti.

L’autore, che ha scelto di rimanere anonimo perché, dice al Tempo, «voglio che si giudichi il libro nel merito e non sulla base delle mie idee», rivela, dunque, che la sorveglianza su via Bernini, non effettuata dal Capitano Ultimo dopo l’arresto di Riina, non avrebbe potuto impedire la distruzione di eventuali documenti. Ma soprattutto, che Mori votò a favore della perquisizione. Ma allora perché processarlo come se, con quella mancata perquisizione, avesse voluto «proteggere la trattativa»? C’è dell’altro. Nell’autunno del 1992, scrive l’anonimo autore, un giovane ladruncolo, Angelo Gullo, penetrò in un’abitazione in Borgo Molara. È un secondo rifugio di Riina. Venne preso, picchiato e rilasciato. Ma il 22 gennaio 1993, dopo l’arresto del boss, quel giovane fu ammazzato dai corleonesi. Perché? Forse perché gli uomini di Riina volevano evitare il rischio che si sapesse dell’esistenza di un secondo covo, dove molto più probabilmente, qui sì, venivano tenuti documenti rilevanti.

Il libro racconta poi che il 20 gennaio 1993, mentre il Ros teneva sotto controllo i sodali di Riina che vivono in via Bernini, scattò un’operazione di polizia che allarmò gli uomini del Padrino. Lo stesso giorno la procura revocò le intercettazioni su quelle stesse persone. In entrambi i casi il Ros venne tenuto all’oscuro. La rivelazione finale dell’«Ultimo rifugio di Riina» è che la villa del Padrino era dell’ingegnere Giuseppe Montalbano, figlio dell’omonimo deputato del Pci. Quando l’ingegnere ammise la circostanza, riferendo che ai Riina pagava pure le bollette, spiegò però ai pm di non aver mai capito chi fossero i suoi ospiti. La procura archiviò. Anni dopo, però, il tribunale di Sciacca dimostrò che Montalbano era un prestanome per colossali intestazioni fittizie proprio di Riina.

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