«Er meccanico» e «Tortellino» ultimi morti eredi della Banda
Ultimo giorno di febbraio del 2008, intorno alle 11 di mattina. Una Mercedes classe A nera procede lenta da via Rio Freddo verso piazza delle Camelie. Compie gimcane fra le macchine, schiva chi si ferma in doppia fila, i pedoni che attraversano fuori dalle strisce, gli autobus che invadono l'altra corsia per evitare a loro volta le macchine malamente parcheggiate. Il conducente, concentrato sulla guida, non si accorge del grosso scooter bianco, con due uomini in sella, che lo affianca, raggiungendolo proprio in piazza delle Camelie. Quando il passeggero della moto estrae un revolver e spara, è tardi per abbozzare una reazione: tre dei quattro colpi esplosi contro l'auto trapassano il vetro anteriore, mancando il bersaglio; inutile, però, il tentativo del conducente di abbandonare l'abitacolo per sottrarsi all'agguato: la quarta pallottola lo centra alla testa. L'auto va a schiantarsi contro un bus vuoto e fermo al capolinea. I passanti rimangono immobili, terrorizzati: sebbene Centocelle sia un quartiere quasi periferico, scene del genere sono, ormai, rare ovunque nella Capitale. Il conducente della Mercedes è privo di vita, quando sul posto giungono gli agenti della Mobile e quelli della Scientifica per i rilievi. Nessuna difficoltà a idetificarlo: è Umberto Morzilli, 51 anni, nato e cresciuto nel quartiere, con un passato remoto da carrozziere e, comunque, ancora titolare di un'officina, perciò conosciuto come «Umbertino er Meccanico». In realtà, è un imprenditore a tutto tondo, con tanto di yacht, macchine e beni immobili. E proprio come imprenditore appartenente allo strano mondo del mattone, dove si intrecciano interessi e dove, ad esempio, i Coppola fanno affari con i Nicoletti e con personaggi più o meno contigui a quella che fu la Banda della Magliana, Umberto è già noto agli inquirenti della Procura, che, nel 2007, hanno accertato rapporti d'affari, all'apparennza leciti, tra lui e l'immobiliarista Danilo Coppola, in relazione all'acquisto di due alberghi, da parte di quest'ultimo. Alcuni documenti sequestrati dalla Finanza, del resto, pare dimostrino che l'immobiliarista «venuto dal nulla», tramite una società a lui riconducibile, abbia acquistato due terreni, uno alle porte di Roma e l'altro a Torgiano, in Umbria, dalla società Toro 91, di cui proprio Morzilli è stato il socio di maggioranza. E sempre Umbertino è già stato coinvolto in un procedimento per tentata estorsione, nell'ambito di un'inchiesta che, nel maggio 2003, ha visto il suo arresto insieme a quelli di Tony e di Massimo Nicoletti, figli di Enrico Nicoletti, per estorsione e riciclaggio: secondo la prospettazione accusatoria, con i due complici, avrebbe chiesto una tangente di 200 mila euro a un commerciante, pagata metà prima della denuncia, e per convincerlo avrebbe fatto esplodere un ordigno all'interno del suo negozio. Corre voce, inoltre, che Umbertino faccia il narcotrafficante, che si occupi, cioè, delle rotte di approvvigionamento che dalla Spagna arrivano in Italia. Le indagini sulla morte di Umbertino puntano sulla vendetta o sul regolamento di conti e battono principalmente le piste del riciclaggio, delle estorsioni e del traffico di droga. Ma sebbene sia evidente che a Roma qualcosa si stia muovendo e che sia qualcuno, il quale la fa ancora da padrone, a decidere cosa si può o non si può fare nella Capitale, appaiono, tuttavia, subito molto difficili. Il fatto che i killer, in perfetto stile mafioso, abbiano agito con indiscutibile «professionalità», senza lasciare bossoli e indossando caschi, richiama alla mente un altro omicidio, consumato a Roma nel 2005, le indagini sul quale hanno condotto ad emersione anche il nome di Umberto Morzilli, quello di Antonello Fa, sardo, 53 anni, trafficante internazionale di hashish, un passato di arresti e denunce per truffa, ricettazione e droga: un'esecuzione spettacolare, nel cuore dell’Esquilino, all'imbrunire, tra le auto imprigionate nel traffico. Giunto in via Porta Maggiore con la sua Bmw 330 C nuova fiammante assieme a un’altra persona, Antonello Fa aveva parcheggiato come meglio poteva ed era sceso per telefonare da una cabina pubblica. Mentre telefonava, smontato da uno scooter Burgman 650, rubato il 17 febbraio precedente a Tor Marancia, l'assassino gli era piombato alle spalle: un colpo alla nuca, a bruciapelo, con un revolver di piccolo calibro, ed era caduto sull'asfalto, fulminato. L'amico della vittima, messosi alla guida della Bmw, si gettò all'inseguimento dello scooter. Dieci metri più avanti, all'incrocio con via Pietro Micca, l'auto speronò la moto scaraventandola su un fianco. L'assassino sparava ancora una volta prima di dileguarsi, fuggendo poi verso viale Manzoni. Allo stesso modo si dileguò l'amico della vittima, senza attendere l'arrivo della polizia. Nell'immediatezza, la spietata esecuzione di Fa fu collegata all'omicidio di Giuseppe Valentini, soprannominato «Tortellino», freddato con tecnica quasi identica nel suo bar di via Pannonia, a Porta Metronia, il 22 gennaio 2005. Si dice che i due delinquessero entrambi alle dipendenze di Vincenzo Mussurici detto «Enzo il Vecchio», boss trapanese coinvolto anche nella guerra di mafia che si scatenò nei primi Anni ’90 in Versilia, quando il clan capeggiato da Carmelo Musumeci, legato ai catanesi Santapaola, si scontrò con la famiglia ligure di Ludovico Tancredi. Guerra, ad alcune fasi della quale parteciparono, a puro titolo di amicizia e di cortesia, taluni epigoni della Banda della Magliana. Enzo il Vecchio, il 19 gennaio 2005, era stato ucciso a Marbella, si dice per una partita di droga da 600 mila euro. Antonello Fa, almeno in alcune carte dell'indagine spagnola, veniva indicato come il killer in moto che aveva sparato al boss trapanese. Quanto a «Tortellino», ucciso a Roma, in un bar di San Giovanni, tre giorni dopo l'omicidio di Enzo il Vecchio, c'era il sospetto che potesse essere stato complice del presunto killer. In ogni caso, Fa nutriva certamente la preoccupazione di essere braccato tanto dalla polizia quanto dai mafiosi nemici, se, per un verso, cercava di evitare che le sue conversazioni fossero intercettate e, per l'altro, viaggiava con un autista, che, fuggito subito dopo la sparatoria, deve presumersi gli facesse da guardaspalle. Autorevolmente, all'epoca di questi omicidi, si raccomandò di «bene monitorare con molta attenzione quello che è successo»; si sottolineò come «puntuali e rigorose» dovessero essere le analisi sugli «scenari che stanno dietro»; s'invitò a «stare attenti al rapporto che c'è tra microcriminalità locali e mafia, 'ndrangheta e camorra». Ne è passata e tanta, da allora, di acqua sotto i ponti del Tevere, ma, nonostante le calorose esortazioni, le roboanti dichiarazioni di guerra al crimine e le applauditissime ricette dei servatores urbis di turno, uomini legati alle mafie, faccendieri, manager, immobiliaristi spregiudicati, tutti con la smania dei soldi e del potere, continuano ad approdare a Roma, dove crimini «spesso forse più inquietanti che in altre città» continuano a restare impuniti, in un affaccendarsi di killer, non raramente giovani e sfrontati, che compiono omicidi in pieno giorno, spesso storditi dalla cocaina che viaggia ancora su rotte internazionali.