"Er pugile" e la "Mente". Le bische dei destini incrociati

Negli ultimi settantanove giorni del 1972, a Roma, vengono esplosi novantatre colpi d’arma da fuoco: sette morti e diciassette feriti. Nella Capitale, quell’anno, centoquarantamila sono i tossicodipendenti; la prostituzione, per quasi il quaranta per cento, è esercitata da ragazze tra i quattordici e i sedici anni. Col venti per cento dei reati commessi nel Paese, Roma assurge al primo posto dell’imbarazzante statistica nazionale. Il sociologo Ferrarotti scrive: «Tra dieci anni sarà peggio di New York dove, dopo il tramonto, è un’avventura uscire di casa». La sera del 18 ottobre 1972, in viale Tor Marancia, tre uomini a bordo di una Fiat 125 fanno fuoco su un gruppo di persone davanti a una latteria. Sei colpi di pistola a Sergio Maccarelli "er Pugile". Trentadue anni, naso piallato dal ring, espressione da coatto, posava a pezzo da novanta pur avendo un curriculum modesto: due soggiorni a Regina Coeli, due soggiorni obbligati, denunce per sequestro di persona, minacce a testimoni, quattro estorsioni. Due colpi raggiungono Italo Pasquale, un ventiquattrenne incensurato, cameriere da Corsetti a Torvajanica, amico d’infanzia der Pugile, ma estraneo ai suoi traffici. I due cadono al suolo. Un’esecuzione facile facile. Ma il delitto Maccarelli viene relegato a cronachetta rionale. La cronaca ha da occuparsi di due autentici boss: Tommaso Buscetta che, estradato dal Brasile, arriva a Fiumicino, e Carlo Faiella, il bandito internazionale legato al marsigliese Jo Le Maire e all’americano Joe Adonis, trovato assassinato in viale Maresciallo Pilsudski. Per il capo della Mobile dell’epoca, Vincenzo d’Alessandro, tutto proteso a sminuire l’importanza del duplice omicidio di Tor Marancia, er Pugile altro non era che «Un bandito di mezza tacca, un balordo senza specializzazione». Eppure non si può dire che non ci avesse provato a raggiungerla, una specializzazione: partito dal ring, come peso welter, tra i dilettanti aveva fatto benino, anche se per la cattiva fama che s’era ben presto guadagnata non lo avevano mai voluto nella squadra nazionale; incapace, peraltro, di gestire la violenza, la sofferenza, i rischi del quadrato, aveva fallito tra i professionisti, restando uno "scazzottatore" senza ingegno e senza malizia. Respinto dalla boxe, aveva imboccato la strada che corre verso una brutta fine, come Danilo Abbruciati, che da lì a qualche anno sarebbe diventato il numero uno della banda della Magliana, e come Fernando Proietti. La mala, poi, gli aveva assegnato lo stesso ruolo che aveva sul ring, quello dello "scazzottatore", ingaggiato per castigare i clienti che protestavano contro il conto delle bottiglie di champagne delle entraineuses, i giocatori che non onoravano i debiti di gioco, i protettori delle bische concorrenti, i testimoni scomodi. Fonti provenienti dal mondo dei "biscazzieri", sul delitto di Tormarancia, aprono, comunque, scenari allarmanti, partendo proprio dagli ambienti praticati dar Pugile, le cui frequentazioni non si limitavano allo scacchiere capitolino, ma si allargavano fino al Capo della "vecchia" Camorra, Antonio Spavone, detto "’O Malommo", all’epoca ancora ricercato per omicidio, e suo ospite, quando veniva a Roma; ma anche a importanti contrabbandieri di Genova, a Vittorio Scarpetti, detto "la Biscia", a Roberto De Conciliis, ricercato in Lombardia per sequestro di persona, e a tanti altri personaggi di primissimo piano nel panorama criminale nazionale di allora. A Roma, vivente Sergio Maccarelli, le bische clandestine sono un centinaio: quelle travestite da club dei signori che possono permettersi di perdere decine di milioni di lire a sera; quelle dei pappa e gratta, sfruttatori di donne e ladri; quelle del ramino pokerato e della zecchinetta delle bische di periferia, alla Maranella, Torpignattara, Montesacro, Monteverde vecchio, Tormarancia. Er Pugile, nel 1969, consegue l’ingaggio per una bisca di prima categoria, quella installata da Dino Borsotti al 405 di via Flaminia Vecchia, frequentata dalla contessa Maria Pia Naccarato. Rimane coinvolto, però, nell’affaire Scirè, una vicenda controversa che vede il capo della Mobile di Roma, Nicola Scirè, attinto dal sospetto di coprire, contro versamento di trecentocinquantamila lire settimanali, la bisca del Borsotti. Chiusa questa, non gli resta che tornarsene a Tormarancia, da dove ottiene o impone, ormai, la protezione ai biscazzieri di terza o seconda categoria. I tempi cambiano e le cose, per er Pugile, volgono rapidamente al peggio: adesso è la banda dell’Alberone a contendergli la protezione delle bische, che gestisce con i fedelissimi Ernesto "er Bolero" Cicconi, Tanino er Giudìa, er Mazzancolla, Roberto "er Bracciodestro" De Conciliis e Ettore "la Mente" Tabarrani. E proprio da uno sgarro subito da quest’ultimo inizierà l’ultimo atto dell’avventura der Pugile: la notte del 10 ottobre, Michele "Lillino Semprebello" Cerella, esponente della mala torinese associata sulla piazza di Roma alla banda dell’Alberone, e Francesco "Er Calabrotto" Costanzo, organizzano una rapina alla bisca del Circolo Monarchico Giovanile di Montesacro, al 5 di via di Valle Corteno, di cui rimane vittima, tra gli altri frequentatori, la Mente. Cinque giorni dopo, er Bracciodestro catturerà Lillino Semprebello e il suo aiutante Alfredino "er Pischello" De Simone, i quali, condotti in un prato dell’Ardeatina, subiranno un feroce pestaggio per lo sgarro patito da Tabarrani. Tre giorni dopo er Pugile verrà fatto fuori. Una brutta fine è riservata anche a Ettore "la Mente" Tabarrani, che vanta ormai conoscenze altolocate nel coté malavitoso, non soltanto capitolino: sembra addirittura abbia ospitato in Roma un boss della mafia, un "barone" siciliano noto anche a Milano, di cui è diventato uomo di fiducia. Insieme a Walter Briganti, altro notissimo personaggio del medesimo giro, Tabarrani gestisce il ristorante "La Stalla" a Civitella San Paolo e da un anno è entrato in società con Fernando e Arnaldo Valenzi, padre e figlio, per gestire un negozio di antiquariato e restauro di mobili, al 31 di via Panico, nei pressi di Corso Vittorio. E proprio all’interno di questo negozio, il 2 ottobre 1975, si consumerà il suo omicidio. Manca poco alle ventuno, mezz’ora prima Ettore Tabarrani ha salutato Fernando Valenzi, allontanatosi dal negozio per rincasare, e s’intrattiene con Roberto Natti. Seduti a un tavolino di fronte alla porta dell’angusto locale ingombro di mobili, i due giocano a briscola. La Mente volge le spalle all’ingresso. Una moto di grossa cilindrata, con due uomini a bordo, s’accosta al marciapiede. Quello seduto sul sellino posteriore scende calandosi il passamontagna sulla faccia. Entra nel negozio imbracciando un fucile a canne mozze. Roberto Natti capisce subito che non si tratta di una rapina e si getta a terra con tutta la sedia, mentre dal fucile dello sconosciuto partono due scariche di pallettoni, che devastano la schiena dell’antiquario. Dio sa come, Natti riesce a impugnare una calibro 38, che dirà essere stata custodita all’interno del cassetto del tavolino, e fa fuoco, due o forse tre volte, senza colpirlo, contro il killer in fuga. Poi solleva il corpo dell’amico moribondo, lo carica su una A112 e s’avvia sgommando all’ospedale Santo Spirito, dove la Mente giungerà cadavere.