«Il Tempo» batte i vu’ cumprà. Tolti dai vigili i banchetti abusivi
Via i banchetti abusivi dei vu’ cumprà. Dopo l’inchiesta de Il Tempo la polizia municipale ha preso le tronchesi e ha rotto le catene che fissano ai palazzi della Capitale i ripiani utilizzati per la vendita dei prodotti falsi e irregolari nelle piazze e vie di Roma. Ieri mattina è andata in onda l’operazione guidata da Antonio Di Maggio e rilanciata dal comandante Raffaele Clemente. I vigili hanno rotto i lucchetti in via delle Vergini e San Marcello al Corso. Il sistema denunciato è semplice. Le tavole in legno, in plastica o in alluminio che servono a formare gli appoggi dove sistemare la merce vengono legate con i lucchetti ai pali e alle grate al lato delle strade al termine del lavoro degli abusivi. Sono state viste e fotografate tra il Pantheon, Fontana di Trevi e piazza di Spagna. Il Tempo ha contato 38 banchetti ancorati in questo modo. Solo a metà giornata. Dopo le 20 il numero era raddoppiato. Altri banchett sono stati trovati in via delle Vergini, piazza della Pilotta, via del Lucchesi, via del Mortaro, via dei Fornari, via delle Paste e via de’ Burrò. Ora il blitz della Municipale. Ma c’è da temere che i vu’ cumprà si rifaranno vivi. Ieri è stato scoperto un vero distretto industriale della contraffazione. Era a Napoli, legato alla camorra, presso il quale si rifornivano anche esponenti dei clan. È da quelle fabbriche che facevano provviste i venditori abusivi, a Roma fino al Sud del Paese. La Guardia di finanza di Fiumicino lo ha trovato indagando dall’inizio dell’estate. In tutto sono sette opifici, tra laboratori e sartorie nelle aree di Napoli, Arzano, Acerra, Melito di Napoli. Erano specializzati nel confezionamento di scarpe e capi di abbigliamento di marca: Dolce & Gabbana, Alessandrini, Gucci, Fendi, Liu-jo, Louis Vuitton, Burberry, Armani e Hogan. Il bilancio è di undici denunciati, il sequestro di oltre 120 mila articoli contraffatti, 41 macchinari industriali e stampi, e l’individuazione di venti lavoratori in nero. Ma la vera scoperta è un’altra. Con pedinamenti e appostamenti i militari hanno messo le mani sulla filiera del falso, hanno fatto luce sull’organizzazione che sta dietro i prodotti che inondano vie e mercati delle nostre città. Hanno svelato che faceva capo a sei imprenditori e che la manodopera che mette insieme la merce pregiata è tutta italiana. I laboratori davano lavoro a maestranze che ha perso il lavoro da artigiano qualificato e ha trovato un’alternativa negli stabilimenti del falso. Guadagnavano 35 euro al giorno, i capi officina esattamente il doppio. Insieme erano in grado di confezionare i prodotti griffati arrivando a eguagliare il livello di perfezione degli originali, ingannando anche i supervisori di qualità che la Finanza per l’occasione ha ingaggiato dalla firme. Le merce cinese era stata superata, era meno gradita. Infatti, se prima il cliente pagava 30 euro per una borsa «Made in China», dopo invece era disposto a sborsarne 50 per lo stesso articolo ma rigorosamente «Made in Napoli». Secondo le indagini degli uomini diretti dal capitano Luigi Mennella, la roba che usciva fuori dai laboratori campani aveva ottenuto un vero e proprio successo commerciale. Allora il mercato si era dovuto adeguare. Erano stati stabiliti tre livelli. Al primo il fabbricante napoletano, legato alla camorra. Al successivo l’intermediario nordafricano. All’ultimo i venditori: anche loro maghrebini, nigeriani, sudanesi o bengalesi. Da capogiro il volume d’affari dell’organizzazione che per i pagamenti si avvaleva dei sistemi in voga nel mondo commerciale: gli ordini dovevano essere regolati rigorosamente tramite postepay e ai clienti particolarmente affidabili venivano concesse facilitazioni e aperture di credito. I prezzi in listino erano assolutamente allettanti. Basti pensare che per l’ultima collezione primavera-estate si andava dai trenta euro del pantalone Gucci ai cinquanta euro del richiestissimo e ambito modello Interactive delle scarpe Hogan. Ogni passaggio avveniva in strada, da auto ad auto. Ciascun anello della catena poteva comunicare con l’altro: ordinava quello che gli serviva e veniva rifornito. Solo al venditore finale, il contestato vu’ cumprà, era richiesta una maggiore inventiva. In giro non poteva portarsi dietro tanta merce, non poteva essere una vetrina ambulante. Per cui, se doveva mostrare la scarpa alla moda, la metteva nella borsa da esibire al cliente e all’occorrenza tirava fuori anche l’altro accessorio. Se l’acquirente si mostrava interessato e richiedeva lo stesso articolo, ma di un numero o un colore differenti, l’abusivo non si scomponeva: aveva affittato un piccolo garage in zona dove si precipitava a prendere il pezzo richiesto.