il re dei sorcini
Scocca l'OraZero: "L'abbraccio dei fan mi ripaga di tutto"
«È stato un viaggio durissimo e meraviglioso, il mio. Errori, tanti, tante le delusioni. Infinite le volte che sono tornato a casa profondamente affranto e ho pianto. Quante volte ho pianto. Ma oggi il vostro abbraccio è cosi generoso e carico d’emozione che ciò mi ripaga largamente per tutti gli sforzi fatti fin qui!». Renato Zero torna a casa. Nella sua Roma. Dopo l’uscita dell’album «L’OraZero» ha debuttato al PalaEur con il nuovo show «L’OraZero in Tour» che prevede sei tappe nella Capitale e poi partirà per Firenze, Torino, Mantova, Conegliano, Bologna, Pesaro, Eboli, Bari e Messina.
Renato rinasce nella città con cui ha un legame ancestrale. Dalla gioventù tra i palazzi della Montagnola alle sperimentazioni a tutto tondo degli anni ’70. Fino alla ribalta totale e alla maturità. Perché Renato è di tutti. Anche quando alla Camilluccia si ferma per strada a scambiare due parole con i negozianti che lo riconoscono e non lo mollano più. Perché lui e Roma non si appartengono: si attraversano. Si sfiorano, si feriscono e si riconoscono. Il loro è un rapporto lungo una vita, fatto di resistenze e ritorni, di sarcasmo e nostalgia. Di una teatralità che è cifra comune tanto all’artista quanto alla città. Renato nasce in una Roma popolare, ironica e feroce che sa essere accogliente solo dopo averti messo alla prova. Cresce assorbendo quel linguaggio fatto di battute, disincanto e improvvise tenerezze che diventeranno uno dei suoi tratti distintivi. Roma gli insegna una lezione fondamentale: qui, se sei diverso, devi imparare a resistere. E Renato della resistenza e della diversità ha fatto uno stile di vita.
Negli anni ’60 e ’70 costruisce il suo personaggio ma Roma non è pronta a guardarlo senza pregiudizi. I primi spettacoli sono accolti più con curiosità che con rispetto. Trucco, paillettes, ambiguità: per molti è solo «provocazione». Renato racconta spesso di essere stato insultato per strada, deriso e ignorato dalle case discografiche. Ma Roma, senza saperlo, stava forgiando il suo figlio prediletto. Come ha ammesso lui stesso: «Questa città ti prende a schiaffi ma ti insegna a stare in piedi». Quella Roma che giudica entra nei testi di «Baratto» e «Mi vendo» che mettono in scena un’umanità disposta a tutto pur di sopravvivere. È una fotografia spietata della città, osservata dal basso, tra periferie e notti insonni. Renato non la abbellisce: la racconta per quella che è. Roma diventa un grande teatro umano dove tutti recitano il proprio ruolo. E poi c’è la Roma della solitudine condivisa. In «Cercami» non c’è un luogo esplicito ma c’è tutta l’anima urbana di chi si sente invisibile in mezzo alla folla. La canzone nasce dall’esperienza diretta: Renato cammina per la città, riconosciuto sul palco ma anonimo nel quotidiano. Ancora in cerca di uno sguardo autentico. Roma è presente e distante al tempo stesso. Un giorno raccontò che, dopo uno spettacolo, tornò a casa vestito di scena, trucco incluso. Salì su un autobus notturno. Una signora anziana lo osservò e gli disse: «Nun te capisco…però me pari una brava persona». È Roma in una frase sola: diffidenza, giudizio e umanità. Zero ne fa la sua forza narrativa trasformando il pregiudizio nel più emozionante dei racconti.
Nel 1978 con «Triangolo» Roma viene scossa. La canzone diventa un caso, divide l’opinione pubblica e scandalizza. È una sfida diretta alla morale ancora tradizionalista. Ma Renato non cerca uno scandalo fine a se stesso: usa Roma come uno specchio, costringendola a guardare ciò che preferirebbe ignorare. È il momento in cui tutti iniziano ad ascoltarlo davvero. «Io che con lo specchio ho avuto da sempre un rapporto stretto e indispensabile! Ci ho passato le ore in sua compagnia, trasformando ogni volta la mia faccia per sfuggire alla stanca normalità, facendo così impazzire ogni anagrafe! - ha scritto nella sua recente lettera alla stampa - Ma, tornando al punto, se si vuole un accesso costante e duraturo al camerino queste sono le condizioni essenziali: stringere un’amicizia salda con la propria coscienza, se possibile farsi amico uno strumento musicale, familiarizzare con un microfono ed esercitarsi nell’uso corretto di una eccellente faccia di bronzo. Possedere un buon orecchio aiuta molto! Così come una stabilità emotiva».
Ma la sua Roma è anche nostalgia e malinconia. Ne «Il cielo» la città sembra espandersi verso l’alto, diventando metafora di una libertà sognata mentre si resta a terra. È la Roma dei sogni rimandati, dei desideri osservati da lontano. La stessa che, anni dopo, ritorna ne «I migliori anni della nostra vita», un inno al tempo che passa, alle illusioni perse, alla malinconia tutta romana: dolce e crudele insieme. Col passare del tempo, però, qualcosa cambia. Renato diventa un simbolo. I Sorcini crescono, Roma comincia a riconoscersi in lui. I grandi concerti al Circo Massimo segnano la definitiva riconciliazione: la città che un tempo lo respingeva ora lo celebra. Non è un trionfo arrogante ma un abbraccio consapevole e carico di memoria. Renato canta, Roma gli risponde. «Grazie di essere così giovani. Di avere ancora così tanta voglia di battervi! Ma soprattutto di crederci! È l’Ora Zero - ha detto parlando delle nuove canzoni che costituiranno l’ossatura dello show - Questo lavoro è per voi. Pertanto: non mollate ragazzi!». Anche questa volta si racconta senza filtri specchiandosi nel suo pubblico. Ancora una volta Roma e Renato condivideranno la stessa verità. Una storia d’amore non perfetta ma vera e segnata da cicatrici, ironia e memoria. «Bisogna viverla la vita per poterla raccontare», aggiunge. E Renato di vita e di Roma ne ha pieno il cuore.