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Poeta e rivoluzionario, i mille volti di Bob Dylan

Inafferrabile, sfuggente Dylan. Cantautore, poeta, scrittore, pittore e scultore. Libero pensatore che ha segnato la storia della seconda metà del Novecento ponendo firma e voce nasale su mille istantanee del nostro tempo. Nelle rughe del volto sono scavate pagine di controcultura statunitense dagli anni Sessanta in poi. Ma quelle rughe solcano mille volti, mille anime di un artista refrattario a ogni classificazione, allergico alle etichette stringente. E’ stato profeta dei diritti civili, rivoluzionario rock, poeta biblista ed ebbro, rinnegato dai puristi del folk, indagatore delle radici d’America, cristiano rinato che sperimenta gospel e soul, rockstar-cowboy che canta per il Papa e saccheggia Shakespeare e i romanzieri giapponesi, star che gira B-movies e compone capolavori nascosti, ebreo errante che riscopre Frank Sinatra per purificare la sua voce.

Il 24 maggio Bob Dylan festeggia 80 anni. Un ciclo si compie per chi è stato tutto e il suo contrario. Come quando, nato da una famiglia di origini ebraiche dell’Ucraina, si innamorò del folk di Woody Guthrie e delle canzoni di protesta tra gli anni ’30 e ’40. Al menestrello di Duluth il negozio di materiale elettrico del padre andava stretto e decise, non ancora ventenne, di trasferirsi a New York. Scappò dal suo nome di battesimo, inventandone uno nuovo all’anagrafe. Abbandonò Robert Allen Zimmermann per indossare i panni di Bob Dylan. Forse ispirato al poeta Dylan Thomas. Forse no.

  

Si ritagliò discreta fama al Greenwich Village. Tanto da convincere la Columbia Records a pubblicare nel ’62 il suo primo omonimo album. L’anno dopo la svolta di «The Freewheelin’ Bob Dylan» e gli inni generazionali «Blowin’ in the Wind», «Masters of War», «A hard rain’s a-gonna fall». Sono gli anni d’oro, quelli in cui la musica si intreccia al pacifismo. «The times they are a-changin’» rappresenta il culmine della popolarità e lo trasforma nel cantore dei diritti civili. Ed è nell’estate del ’63 che partecipa alla celebre marcia di Washington, in cui Dylan canta al fianco della musa Joan Baez, solo a due passi da Martin Luther King.

Ma un’altra trasformazione si profilava all’orizzonte. L’etichetta di cantautore politico non sarebbe durata a lungo. Con «Another Side of Bob Dylan» mostra al mondo un approccio letterario ricco di metafore in cui il folk delle origini trasfigura nel rock. «Like a rolling stone» diventa uno dei classici. Il mito si fa strada e «Blonde on blonde» diventa il primo doppio album della storia. Ma dietro l’angolo c'è l’ennesimo cambio di scena. Un misterioso incidente in motocicletta gli dà il pretesto per la svolta spirituale che lo accompagnerà da «John Wesley Harding» in poi. Gli anni Settanta coincisero con un periodo artisticamente altalenante in cui il country lascia spazio al rock e a un nuovo folk di protesta.

Nei primi Ottanta si smarca nuovamente, convertendosi alla religione dei Cristiani rinati. Ma la parentesi spirituale si sarebbe contraddetta nel suo esatto contrario con «Infidels» dell’83. Gli anni Novanta lo vedono pubblicare «World gone wrong», «Time out of mind» e «Love and theft» continuando parallelamente nell’instancabile «Neverending Tour» dal vivo che solo il Covid ha potuto momentaneamente rallentare. Recalcitrante perfino quando l’Accademia di Svezia gli ha assegnato il Nobel per la letteratura «per aver creato nuove espressioni poetiche all'interno della grande tradizione della canzone americana». Dylan si rese irreperibile e mandò a ritirare il premio un’emozionatissima Patti Smith. Nella sua indisciplinata «Nobel Lecture» inserì citazioni bibliche da «Moby Dick». Peccato che erano tutte inesistenti.

«Io contengo moltitudini» canta Dylan citando Walt Whitman nell’ultimo «Rough and Rowdy Ways». Ennesimo manifesto delle sue identità multiple. «How many roads must a man walk down / Before you call him a man?». Insieme a lui le strade da percorrere continuano a moltiplicarsi.