INTERVISTA
Giovanni Giacalone: "L’Italia da sempre un ponte fra l’Europa e i terroristi. Tanti i jihadisti infiltrati"
«L’Italia fa da sempre da ponte tra l’Europa e il mondo islamico. Organizzazioni terroriste mediorientali utilizzano il nostro Paese come base e luogo di transito fin dagli anni ’70». Giovanni Giacalone, esperto di sicurezza, terrorismo e geopolitica commenta così il crescente pericolo jihadista.
A Firenze è stato arrestato un terrorista giordano. Si tratta di un caso isolato?
«Sul soggetto in questione pendeva una richiesta di estradizione per attività di stampo terroristico in territorio giordano e per essersi addestrato con le Guardie Rivoluzionarie iraniane e Hezbollah in vista della partecipazione attiva ad atti di terrorismo. L’intelligence italiana aveva segnalato la sua presenza già mesi fa, ciò fa quindi pensare a un’attenta attività di monitoraggio tra Italia e Giordania. Allo stato attuale non è dato sapere se il soggetto arrestato fosse parte di una cellula o meno e neanche se stesse pianificando attentati in Italia. Non parlerei di caso isolato in quanto solo negli ultimi anni le operazioni volte a sgominare cellule e reti in territorio italiano risultano parecchie, sia nei confronti di gruppi arabi/arabofoni e sia per quanto riguarda quelli di matrice pakistana».
Esagero se affermo che il controllo dell'immigrazione clandestina rende più difficile la vita ai terroristi?
«Non esagera affatto. Sono numerosi i terroristi islamisti che negli anni sono penetrati in territorio UE proprio tramite flusso di irregolari.
Basti pensare ai casi dei jihadisti infiltratisi a Ceuta».
Esiste in Italia un pericolo di attentati di matrice islamista?
«Il pericolo è sempre presente; il terrorismo è un fenomeno dinamico, mutevole, che si adatta alle circostanze cambiando forma e modus operandi. Nei decenni si è passati da un’attività perpetrata da organizzazioni più tradizionali e gerarchicamente strutturate (come ad esempio la Gamaa al-Islamiyya egiziana o al-Qaeda) all’Isis con le cellule autonome e i cosiddetti “lupi solitari”. Ora, con le conseguenze dell’eccidio del 7 ottobre e la guerra in Iran, ci si trova a dover far fronte anche a organizzazioni come Hamas, Hezbollah e le IRGC, prima erroneamente considerate più un problema mediorientale, ma che si è invece rivelato un pericolo anche per l’Occidente».
Quali sono le contromisure più efficaci da adottare?
«Bisogna puntare sulla prevenzione e sulla coordinazione a livello internazionale.
E’ fondamentale procedere con espulsioni più rapide, revoca della cittadinanza, messa al bando di movimenti che diffondono l’estremismo politico-religioso. Regole chiare che vanno applicate, non interpretate».
Quali sono le dinamiche internazionali che portano accelerazioni nell’organizzazione di un attentato?
«Sicuramente i conflitti mediorientali come quello in Siria, a Gaza, Libano e Iran hanno ripercussioni anche in Europa. Lo si è visto con le operazioni degli ultimi anni volte a colpire le attività dell’ISIS, di Hamas e Hezbollah nel Vecchio Continente.
Il fenomeno va tra l’altro ben oltre l’Europa e raggiunge anche la lontana America Latina dove è proprio di pochi giorni fa l’allerta per un presunto attentato pianificato da Hezbollah contro alti funzionari dell’intelligence argentina».