I francesi e Generali: un risiko da tre trilioni. Il retroscena di Bisignani
Una partita da un trilione. Continuano le scommesse sulle banche come al fantacalcio: chi si aggiudica Bpm, chi tiene in panchina Mps, che voto dare a Mediobanca in pagella e su quale casacca punterà Andrea Orcel questa stagione?
Con lo spirito da terrazza estiva, ci si chiede quale schema di gioco leghi il presidente di Mediobanca Vittorio Grilli e il capocannoniere di Ubs Sergio Ermotti, con BlackRock che detta i tempi dalla tribuna, e Gaetano Caputi, capo di Gabinetto di Palazzo Chigi, indeciso, assieme al ministro Giorgetti, su quale squadra puntare?
E su quali alleati punterà la finanza francese? E poi perché Milleri si è praticamente trasferito negli Stati Uniti? Solo per un love affaire o anche per incontrare più discretamente il solito Grilli? O ancora: come evolverà il rapporto tra Jean Pierre Mustier, già Ad di UniCredit con una gran voglia di tornare nel Belpaese anche per ragioni di cuore - e il suo compagno di caccia e d’affari Philippe Donnet, Ad di Generali? Ci si domanda persino come mai Corrado Passera, resuscitato con la nomina nel Cda di Mps, si sia schierato così nettamente contro Caltagirone, che pure lo aveva eletto. Solo antipatie, vecchi rancori e conti aperti con il vertice di Intesa?
Ma il vero campo di gioco è un altro. E sopra c’è un solo nome: Generali. Una partita temeraria in cui si affilano le armi del "trinceramento", come gli economisti di alto lignaggio definiscono, con eleganza stilistica, l’attaccamento alla poltrona degli imperatori delegati. E addirittura quelle del populismo, con cui si mascherano da interessi degli azionisti e delle comunità - vai a capire poi quali-le umane aspirazioni a mantenere, appunto, la poltrona.
Il Leone di Trieste non è soltanto una compagnia assicurativa, ma una delle maggiori concentrazioni di risparmio privato europeo: nell’ordine del trilione di euro. Con una massa del genere non si amministra una società ma si influenza un Paese.
E i francesi, a influenzare l’Italia, si esercitano da secoli. Non hanno più nemmeno bisogno di comprare Generali. Sarebbe costoso, rumoroso e, perfino, poco francese. È molto più sofisticato rinforzare l’influenza attraverso una geometria variabile: da Generali, invia diretta, a Crédit Agricole, che potrebbe diventare primo azionista di Mps per il tramite di Bpm. Ed ecco riemergere l’annoso problema italiano.
I francesi, oltre a saper far bene il loro mestiere, a Roma hanno molti amici. Da Draghi a Gentiloni a Letta, fino- nel ben diverso ruolo istituzionale - al Presidente Mattarella.
Carlo Messina sembra essere tra i pochi ad averlo capito. La sua postura conserva quel senso di responsabilità che, un tempo, rappresentava un requisito curriculare dei grandi banchieri. Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio possono avere tutte le ragioni industriali del mondo, ma il risultato delle loro mosse rischia comunque di rafforzare Crédit Agricole, aprendo il più formidabile corridoio d’influenza francese sulla nostra finanza.
Lovaglio, poi, merita un capitolo a parte: disarcionato, è tornato in sella e adesso corre il Palio più difficile.
Contro Messina e Cimbri ha sfoderato l’arsenale del navigato populista: l’interesse di una non meglio definita comunità, la storia plurisecolare di Mps, il bene supremo degli azionisti. E pazienza se da quando c’è lui il Palio viene continuamente rinviato per pioggia. Azionisti che, come nel caso di Bpm, Crédit Agricole e Anima, con le sue Opas non vengono certo trattati tutti allo stesso modo.
Alcuni sono più azionisti di altri. Per non parlare di Lovaglio che, prima di far partire le Opas su Bpm e Generali, avrebbe dovuto inviare ai consiglieri le carte necessarie per tempo e non last minute. Ma è difficile essere autorizzati a fare qualcosa che si è già fatto. Gli azionisti saranno consultati, se tutto va bene, a fine ottobre, con buona pace della passivity rule e, ancora prima, del vecchio principio secondo il quale in una società per azioni il board dovrebbe rispettare- anche in senso temporale - gli azionisti che la capitalizzano.
Una scaltrezza che dà modo di guadagnare oltre due mesi preziosi per rinforzare la trincea e frapporre quanti più ostacoli possibile all’Opas di Intesa e Bper, trattativa con i francesi compresa. Parti correlate, vantaggi economici e fiscali per gli azionisti, par condicio fra minoranza e maggioranza e altro ancora.
Il mercato può attendere. Del resto, gli esorbitanti costi di legali e advisor, così come quelli dello stesso management impegnato full time nell’ostruzionismo a un’Opas, che appare ostile soprattutto al Ceo in carica, li pagano gli azionisti, i clienti e i dipendenti.
E se poi, per qualche accidente, gli stessi azionisti non dovessero autorizzare le Opas di contrasto approvate dalla maggioranza del Cda, si entra in modalità «tanto paga Pantalone». Fatte salve, naturalmente, le azioni di responsabilità.
Ecco che a Siena il paragone viene allora naturale: Tittia può vincere il Palio e ritrovarsi a terra un attimo dopo; fare l’amministratore delegato del Monte negli ultimi venticinque anni non è stato meno rischioso. Lo sanno De Bustis, Tonini, Mussari, Vigni, Profumo, Viola, Morelli, Bastianini, con vicende, responsabilità ed esiti diversissimi, tutti finiti prima o poi dentro un’inchiesta, un procedimento o un contenzioso.
Una tradizione tanto consolidata da suggerire al prossimo head hunter di mettere nel pacchetto dell’Ad, oltre ai bonus, il benefit di un buon penalista.
In questo strano Palio la contrada decisiva potrebbe trovarsi a Parigi.
Bpm ha Crédit Agricole come azionista centrale; Mps, attraverso Mediobanca, è entrata nella stanza che conta per Generali; Donnet custodisce il Leone; AXA osserva e, intorno a UniCredit, circolano ipotesi di una più stretta alleanza con Generali. I francesi, poi, hanno l’intelligence sempre vigile. Mentre noi discutiamo, loro fanno sistema.
Solo nel 2002 non andò così. Quando su Generali si manifestarono appetiti francesi, il governo Berlusconi, Gianni Letta e la Banca d’Italia compresero che non era in gioco una semplice operazione finanziaria. Si mossero Geronzi, Profumo e protagonisti di Capitalia, UniCredit e Mps. Si detestavano cordialmente, ma su una cosa concordavano: Generali non era una società qualsiasi. E l’argine funzionò.
Ventiquattro anni dopo il mondo è cambiato, non però al punto da aver cancellato gli interessi nazionali. E la mossa di Intesa su Mps deve essere letta anche così: non soltanto prendere Siena, ma provare a interrompere una catena che, unendo Mps, Mediobanca e il nodo Bpm-Crédit Agricole, può produrre conseguenze per il Paese molto più importanti dell’ennesimo polo bancario.
Messina potrebbe insomma aver deciso di correre il Palio non perché gli interessi Siena, ma perché dopo Siena c’è Milano. E, dopo Milano, c’è Trieste. Nessuna guerra alla Francia e nessun nazionalismo da operetta. Ma quando sul tavolo ci sono circa 90 miliardi e un trilione di risparmio, sostenere che sia soltanto una faccenda tra azionisti sarebbe ingenuo.
Anche il Mef dovrebbe interrogarsi su quanto ha fatto e, soprattutto, su quanto dovrebbe fare, a partire dall’applicabilità della golden power, che non riguarda certo solo banche e assicurazioni, ma il risparmio degli italiani e, indirettamente, il debito del Paese.
Il punto, del resto, non è sostenere che Donnet, Castagna o Lovaglio "lavorino per Parigi". Sarebbe troppo semplice e, forse, sbagliato. Il punto è più sottile: gli interessi francesi non hanno bisogno di un complotto per avanzare; basta che quelli italiani continuino a essere divisi. Mentre ogni squadra italiana corre per sé, Parigi può permettersi il lusso più raro della finanza: aspettare.
Poi, alla fine, presentare il conto. C’è scritto: un trilione di euro.