Sigfrido & famiglia: uno racconta, l’altro archivia. I fratelli Ranucci "al lavoro"
Uno raccontava e l’altro archiviava. Stiamo parlando dei Ranucci Brothers. Mentre Sigfrido, il principe dei giornalisti investigativi, conduceva le sue inchieste su mafia, criminalità organizzata, politica e apparati dello Stato, suo fratello Daniele lavorava proprio dentro la Commissione parlamentare antimafia. Non come parlamentare, naturalmente, ma come ufficiale della Guardia di finanza. Per oltre dieci anni è stato infatti assegnato ad un settore particolarmente delicato: l’archivio super riservato della Commissione, ubicato a Palazzo San Macuto. Un incrocio "familiare-professionale" che, almeno sul piano dell’opportunità, finora non è mai stato raccontato.
Il nome di Daniele Ranucci compare negli atti parlamentari tra i quattro selezionatissimi militari della Guardia di finanza destinati all’archivio. La sua presenza è documentata già nella XV legislatura, sotto la presidenza di Francesco Forgione, e prosegue negli anni successivi, attraversando le presidenze della dem Rosi Bindi e del pentastellato Nicola Morra.
Nel 2007, in particolare, la Commissione deliberò di avvalersi «con funzioni prevalentemente, anche se non esclusivamente, di gestione e tenuta dell’archivio» della collaborazione continuativa di quattro militari della Guardia di finanza, tra i quali appunto Daniele Ranucci.
L’archivio di Palazzo San Macuto non è un ufficio qualsiasi. Vi viene conservata tutta la documentazione acquisita e prodotta nel corso dell’attività della Commissione: atti giudiziari, relazioni, informative, verbali delle audizioni e altra documentazione sottoposta, a seconda dei casi, a differenti regimi di pubblicità e riservatezza.
Nel 2022, a tal proposito, la Commissione aveva disposto l’informatizzazione anche degli atti e dei documenti riservati e segreti, stabilendo che la custodia e il successivo versamento all’Archivio storico del Senato avvenissero nel rispetto del regime di ciascun atto. In altre parole, anche i parlamentari che compongono la Commissione non vi possono accedere liberamente. Gli stessi atti di Camera e Sentato definiscono «molto delicato» il lavoro svolto dai quattro militari della Guardia di finanza addetti all’archivio.
Ed è qui che entra in scena l’altro Ranucci, Sigfrido. Negli stessi anni, il conduttore di Report costruiva una parte importante della propria attività giornalistica proprio sulle inchieste relative a mafia, criminalità organizzata, rapporti tra politica e apparati dello Stato, investigazioni e vicende giudiziarie. Un lavoro nel quale documenti, informative e atti riservati hanno un peso importante.
Nessuno, ovviamente, si permetterebbe anche solo lontanamente di ipotizzare che Daniele abbia raccontato al fratello, magari durante il pranzo della domenica con le famiglie, quali fascicoli gli passassero fra le mani o che gli abbia fornito informazioni.
La questione è un’altra: quando Daniele Ranucci venne assegnato all’archivio della Commissione, qualcuno si pose il problema del suo rapporto di parentela con un giornalista investigativo che lavorava proprio su quegli stessi temi? È stata fatta una dichiarazione al Comando generale della Guardia di finanza? Esiste un documento nel quale il rapporto familiare viene segnalato?
Furono previste limitazioni nell’accesso a determinati fascicoli? Oppure la questione non venne mai affrontata?
Diventa allora interessante anche il percorso professionale di Daniele Ranucci: dopo l’esperienza all’Antimafia, oggi presta servizio presso l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), altro organismo istituzionale da sempre fucina di materiale per le inchieste dei segugi di Report, ed oggi presieduto dal giurista sardo Giuseppe Busia, nominato durante l’ultimo governo Conte in quota M5s. È comunque la durata della sua esperienza all’Antimafia a rendere la vicenda degna di attenzione. Daniele Ranucci non compare infatti in un singolo documento occasionale: il suo nome ritorna nella documentazione parlamentare per oltre un decennio.
Da una parte, quindi, un militare della Guardia di finanza impegnato per anni nella gestione dell’archivio dell’Antimafia. Dall’altra, suo fratello, uno dei giornalisti investigativi più conosciuti del Paese, impegnato professionalmente su temi che spesso appartengono allo stesso perimetro. La questione, dunque, non è stabilire, cosa impossibile, se i due fratelli abbiano mai parlato del proprio lavoro, ma capire se l’Istituzione abbia mai considerato quella parentela sotto il profilo dell’opportunità e della riservatezza. E soprattutto se, a fronte di una situazione così particolare, sia mai stata prevista una qualche forma di cautela.