RETROMARCIA COMPAGNI

Il Campo largo scricchiola sul Woke. Conte si sfila e Salis rilancia: "Lotta di tutti"

David Di Segni

Quello del Woke è stato uno dei cavalli di battaglia della Sinistra non solo italiana, ma mondiale. Il termine inglese rappresenta il participio del verbo "To Wake", che significa "svegliarsi", e indica un movimento globale che, parafrasando, ha svegliato la propria coscienza proponendo così una rilettura della storia e dei fatti politici con la lente d'ingrandimento della colpevolezza occidentale. Una psicosi collettiva paradossale, da cui pian piano la politica inizia a prendere le distanze.

Il primo è Giuseppe Conte, che in una intervista a Repubblica se n'è lavato le mani nonostante sia invece un tema tanto caro ai suoi alleati. "Molti anni fa passò a trovarmi, a Roma, un mio caro amico di Boston.  Ad un tratto lo vidi fissare una piccola scultura in bronzo, una donna nuda di boteriane fattezze, appoggiata su uno scaffale della mia libreri - racconta il leader del Movimento 5 Stelle - Dopo averla osservata, si rivolse verso di me con tono serio: 'Non dovresti tenere esposta una scultura del genere, è offensiva nei confronti delle donne'. Rimasi disorientato da questa sua uscita. Non me l'aspettavo da un fine intellettuale. Provai a fargli comprendere che l'arte non può essere compressa in valutazioni moraleggianti. Non lo convinsi. Quella fu la prima volta che toccai con mano gli eccessi della cultura woke".

Avvalendosi dell'apertura al mondo progressista dei diritti e all'idea dell'inclusione, il Woke è ben presto divenuto una clava utile per delegittimare gli avversari politici e proporre una censura che è partita anzitutto da un tentativo di mutazione linguistica: niente più maschile sovraesteso, perché considerato retaggio di una storica prevaricazione di genere. 

Per Conte, dunque, alla "sinistra non serve il woke" e "il nemico da combattere è questa società di diseguali". Una piccola retromarcia, a cui però non gira totalmente le spalle riconoscendo al movimento nato negli Usa di aver permesso "una più vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche identità contrastando le varie forme di razzismo, sessismo e discriminazione". 

Altroché. Sin da quando è emerso, il Woke è sempre stato un mezzo politico che mai ha fatto mistero della propria vicinanza a quella parte di mondo considerata "vittima" della "colonizzazione bianca ed europea". Parole ormai divenute un mantra del loro linguaggio. Di quì il pieno sostegno, mascherato da di senso di colpa retroattivo, alla politica immigratoria e all'accoglienza indiscriminata. Così come il contrasto pieno al capitalismo e alla libera economica di mercato: vien da sé la vicinanza ai regimi islamisti e comunisti, da Gaza a Cuba fino a Cina e Russia. Un fenomeno disastroso, ma non per tutti a quanto pare.

L'europarlamentare di Avs, Ilaria Salis, è infatti intervenuta sui social per mettere un freno a questa ritirata di gruppo. E lancia il solito contrordine compagni. "Non facciamoci fregare, suvvia. In Italia il #WOKE è un fantasma agitato dalla destra nell’ambito delle sue guerricciole culturali. Nella sostanza, serve a delegittimare nell’opinione pubblica le battaglie femministe e antirazziste, contrapponendole falsamente e pretestuosamente alle lotte per la giustizia economica - scrive in un post su X - È una stupidaggine colossale. Diritti civili e diritti sociali non sono mai contrapposti, e nemmeno alternativi: sono sempre complementari. E la lotta per gli uni rafforza sempre quella per gli altri. WAKE UP & FIGHT!". 

Come l'ultimo dei giapponesi in combattimento, Salis tira dritto e allarga la voragine nel Campo largo sempre più evidentemente diviso su tutto e unito nel nulla.