Comiziaccio di Ranucci tra deliri e tentazione di discesa in campo
Sigfrido, eroe leggendario della tradizione norrena, uccise il drago, divenne invincibile, ma venne tradito e ucciso da un complotto di corte, colpito a tradimento. Ascoltando il comizio di Lavarone, sembra che Ranucci, il Sigfrido dei nostri giorni, si sia convinto di vivere un momento simile. Nella sua prima uscita pubblica dopo l’arresto di Valter Lavitola, deve aver ripensato agli ultimi mesi. Alla sinistra che gli stendeva passerelle ai propri convegni, ai magistrati in piedi a battere le mani in standing ovation. Poi la "caduta", causata dallo tsunami innescato dalle verità (parziali al momento) che stanno emergendo dalle indagini della procura di Roma sull’attentato sotto casa sua a Pomezia, che vede come mandante proprio il suo grande amico Valterino.
Così, accolto dai suoi fan a Lavarone, una delle prime cose che fa è scaricare Lavitola, derubricato a «caso psichiatrico», di cui comunque «non voglio parlare». Ma qualcosa (anzi molto) lo dice in un colloquio con l’inviato de la Repubblica. Non spiega nulla dei lati oscuri della vicenda che tiene banco in questi giorni. Dice che lo farà davanti ai magistrati. Ed è pure giusto. Allora cosa fa? Cerca mandanti ed evoca complotti. Che, però, non c’entrano nulla con la tentata strage. Dice che è in corso un operazione orchestrata ad arte contro di lui. Manovre preparate dopo il No al referendum sulla giustizia - sostiene - collegate al riaffacciarsi di una galassia politica fascista (si sa, l’allarme fascismo non passa mai di moda).
Dice di sentirsi bene «tra la sua gente», che lo invita a «entrare in politica per fare piazza pulita».
Ma lui no, in politica assicura di non voler entrare. Poi, però, aggiunge: «Me l’hanno chiesto in molti, non solo Lavitola: perfino il padre di Vannacci mi ha detto che mi stima e ha voluto una foto con me». In questo modo, indirettamente, conferma l’intenzione del faccendiere di lanciarlo in politica, come si è scritto molto negli ultimi giorni, a partire dal sondaggio commissionato proprio per lanciarlo in una fantomatica corsa verso Palazzo Chigi.
A questo punto, entra nel merito delle sue accuse e indica chi sta complottando per farlo fuori. «I giornali di Angelucci spacciano per buste paga personali le note spese di inchieste e trasferte anche all’estero - dice a la Repubblica - Al di là delle querele, anche contro chi ha passato dall’interno dati riservati, Report è da sempre la trasmissione più virtuosa della Rai». Il quotidiano a cui fa riferimento è Il Tempo, reo di aver dato una notizia, ovvero i compensi e le spese degli inviati di Report, trasmissione d’inchiesta di punta della tv pubblica.
Eppure Ranucci fa finta di non sapere che il nostro giornale non ha «spacciato» nulla per ciò che non è. Sin dal primo giorno ha specificato che quelle cifre, che in alcuni casi oscillano tra i 200 e i 300mila euro ad inviato, sono comprensive delle spese di produzione. Ciononostante conferma la volontà di querelare, anche perché ritiene inaccettabile la diffusione di un documento riservato (alla faccia del giornalismo d’inchiesta, verrebbe da dire). Nella caccia alla talpa, indica la volontà di perseguire anche la fonte del servizio de Il Tempo (un’altra volta alla faccia del giornalismo d’inchiesta).
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A questo punto, si getta tra «la sua gente». E parte il comizio vero e proprio. In cui tratteggia il grande complotto internazionale. La democrazia in pericolo e la galassia che manovra per sovvertirla: Donald Trump, Elon Musk, Jeff Bezos, Steve Bannon e Peter Thiel, con le sue propaggini nel nostro Paese. Pure Esperia finisce nel mirino. Probabilmente non ha gradito molto quando ha ripreso alcuni passaggi di un suo libro in cui lui stesso racconta le relazioni con due stagiste (in seguito Ranucci ha negato di aver avuto rapporti con queste donne e che si trattava di parti romanzate, insomma sarebbe nient’altro che finzione letteraria). Ma il comizio non si esaurisce qui. C’è tempo per scagliarsi contro i social manovrati dalla destra italiana e dal potere di Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano. E pensare che qualcuno aveva sospettato che volesse candidarsi.