LE GIRAVOLTE DEI BUONI

Il "furgone che si lancia" e "L’omofobia è ovunque". Tutte le tattiche woke per nascondere l’evidenza

Alessandro Greco

Il primo giorno è stato il giorno del riflessivo. «Un furgone si è lanciato sulla folla». Nessun conducente, nessuna ideologia, solo un mezzo che hapreso vita da solo e ha deciso di investire i partecipanti al Pride di Berlino. Una Tesla a guida autonoma, evidentemente. Solo ore dopo, e quasi di malavoglia, sono emersi i dettagli: Abdul Ballout, 21 anni, cittadino tedesco di origine libanese, noto alle autorità per radicalizzazione islamista, tentativi di raggiungere l’Isis, condanne per preparazione di atti di violenza. Un uomo che, dopo aver investito la folla e probabilmente accoltellato altre persone, è fuggito. Bilancio aggiornato: una donna morta, fino a 29 feriti.


Il secondo giorno, il "day after", è arrivata la seconda fase dell’operazione di attenuazione. Il sospettato è stato individuato e ucciso dalla polizia a Spandau domenica 26 luglio, dopo essersi scagliato contro gli agenti con un’arma da taglio. Le autorità tedesche hanno parlato chiaramente di «attentato terroristico islamista». Eppure, mentre i fatti si consolidavano, una parte della stampa e del commentario italiano (e non solo) ha iniziato a spostare il focus. Non più sull’islamista noto e recidivo, ma sul «clima di odio», sull’«omofobia che è dappertutto», sulle «ideologie di destra» che negano diritti.


Esemplare l’intervista pubblicata sul Corriere a Alfonso Pantisano, commissario berlinese per le questioni queer: «L’omofobia è dappertutto». E sulla matrice: «Che poi la matrice di questo attentato fosse islamista, non sappiamo bene. Attendiamo le indagini». Attendiamo le indagini, sì. Anche se il sospettato aveva già una lunga scheda di radicalizzazione, era stato rilasciato da poco, frequentava ambienti islamisti aveva tentato di unirsi all’Isis. Anche se la polizia e il ministro dell’Interno tedesco avevano già detto le cose come stanno.
È il classico schema a due tempi. Giorno uno: depersonalizzare l’aggressore («il furgone si è lanciato»). Giorno due: quando non si può più negare chi fosse, diluire la responsabilità specifica in un generico «odio ovunque». L’islamista concreto diventa un esempio tra tanti di «fanatismo» generico, da mettere sullo stesso piano dell’estrema destra.


Ilaria Salis, dal suo osservatorio, ha già fatto l’equazione: fanatismo religioso e estrema destra condividono lo stesso odio. Come se un giovane con precedenti da simpatizzante Isis e un militante di estrema destra fossero intercambiabili. Il risultato è sempre lo stesso: si parla di tutto tranne che del problema concreto. Si parla di «clima», di «omofobia strutturale», di «destra che avvelena», mentre l’uomo che ha guidato il furgone e brandito il coltello aveva un nome, una storia di radicalizzazione islamista e una serie di fallimenti del sistema di controllo e deradicalizzazione. Era uscito dal riformatorio da pochi mesi, doveva frequentare percorsi di deradicalizzazione, e invece ha fatto ciò che ha fatto.

Non è un caso isolato di linguaggio. È una strategia di sopravvivenza narrativa. Ammettere che un islamista noto ha colpito il Pride costringerebbe a fare i conti con politiche migratorie, fallimenti di integrazione, sottovalutazione della minaccia jihadista e doppi standard nella denuncia dell’odio. Molto più comodo spostare il discorso sull’«omofobia che è dappertutto» e lasciare che il furgone continui, almeno nella memoria mediatica, a guidarsi da solo. I fatti, però, restano. Abdul Ballout non era un simbolo di odio generico. Era un radicale islamista con precedenti. La polizia lo ha ucciso mentre lo arrestava. E mentre in Germania si discute di sicurezza e di chi lasciare libero, in Italia si preferisce ancora discutere di «clima». Il furgone, nel frattempo, continua a essere presentato come soggetto autonomo.