GIUSEPPE CONTE
La democrazia è anche rendere conto ai cittadini di ciò che si è fatto
Nelle democrazie occidentali è così che funziona, o almeno dovrebbe funzionare, o meglio alcuni si ostinano a credere che dovrebbe funzionare. All’esercizio pro tempore di un grande potere, corrispondono grandi responsabilità, quindi l’onere di dover rendere conto ai cittadini di come si è esercitato quel potere. Un concetto che si può riassumere nel termine inglese «accountability» e che è alla base del rapporto tra potere politico e popolo, da cui il primo trae la propria fonte di legittimazione, in ogni democrazia liberale che si rispetti.
Il Parlamento, con le sue funzioni di controllo, dagli atti di sindacato ispettivo alle commissioni di inchiesta dotate degli stessi poteri e limiti dell’autorità giudiziaria, è il primo grado di giudizio, fino al tribunale supremo dell’opinione pubblica. Sarebbe ipocrita non riconoscere che il processo di «accountability» risenta delle dinamiche, diciamo pure delle strumentalizzazioni della lotta politica. L’opposizione non fa sconti alla maggioranza, così come la ex opposizione non fa sconti alla ex maggioranza. Ma esattamente queste sono le regole del gioco e, come sembra aver compreso anche il presidente Conte, non ci si può sottrarre. Dopo molte resistenze, non degne di chi ha ricoperto la carica di presidente del Consiglio, il leader 5 Stelle dovrebbe essere ascoltato il prossimo 4 agosto dalla Commissione di inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, i cui lavori stanno entrando nel vivo con le testimonianze di diversi protagonisti dell’epoca.
Nessuna stranezza. Commissioni simili sono state istituite in praticamente tutte le principali democrazie, anche solo per indagare se siano stati commessi errori ed evitare di ripeterli nel caso si verifichi una nuova emergenza. Dimostrando uno scarso senso delle istituzioni, invece, è in atto il tentativo da parte di Conte e dei suoi alleati politici (e giornali amici), di delegittimare una Commissione di inchiesta che trae legittimità dalla stessa Costituzione e da un voto parlamentare, facendola passare per un abuso della maggioranza, una vendetta politica, addirittura un «plotone di esecuzione», come ebbe a definirla l’ex premier. Un destino cinico e baro ha riservato agli italiani non solo la sciagura di una pandemia, ma anche la sciagura nella sciagura di trovarsi nell’emergenza del secolo sotto la guida della coppia Conte-Speranza, i quali si sono trovati tra le mani «pieni poteri» che hanno utilizzato per mettere in atto la maggiore compressione delle libertà costituzionali nella storia della Repubblica. La provvidenza ha già concesso una parziale «amnistia» all’ex premier.
Dopo un irrituale intervento pubblico del presidente Mattarella, il perimetro d’indagine tracciato dalla legge istitutiva della Commissione Covid fu ridotto, escludendo la possibilità di valutare la legittimità costituzionale delle restrizioni pandemiche introdotte a colpi di «decreti-carta bianca» e Dpcm, provvedimenti che avrebbero meritato un serio scrutinio. Molte altre questioni però sono rimaste sul tavolo, molti interrogativi sono ancora senza risposta. Pensiamo alle anomalie emerse dalle inchieste di questo giornale sul più grande appalto della storia della Repubblica, un miliardo e 251 milioni di euro per 800 milioni di mascherine e altri dispositivi cinesi: una gestione a dir poco opaca, consulenze d’oro, un margine di profitto spropositato su prodotti risultati inadeguati. Per non parlare della missione dell’esercito russo nel nostro Paese.
Almeno su tutto questo l’ex premier dovrebbe favorire l’elaborazione di una memoria collettiva della gestione pandemica, piuttosto che imporre al Paese una amnesia generale e una amnistia particolare. Se il presidente Conte pensa di cavarsela con una serie di «non sapevo», «non ricordo», «non c’ero e se c’ero non mi sono accorto di nulla», sappia che non sfuggirà comunque ad una impietosa condanna politica per totale incapacità e inidoneità alla carica a cui sembra ambire anche nel 2027.