I TORMENTI DEL CENTRO SINISTRA
Il naufragio del campo largo dopo la sbornia referendaria
Il mondo dei buoni e giusti è deluso, amareggiato, quasi sconsolato. La grande alternativa, annunciata, invocata, fotografata in grotta, radunata in piazza ed evocata con l’abusato e ormai svuotato «fate presto», non si è presentata all’appuntamento. Era attesa sull’onda referendaria, con la Costituzione sotto il braccio e 15 milioni di elettori dietro Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e compagnia. Invece niente. L’onda si è ritirata, la carovana non c’era. Lo sconforto è esemplificato da un editoriale su un giornale facilmente immaginabile. L’autore si duole come un amante tradito, come uno che ha organizzato da solo il fidanzamento, scelto le bomboniere, prenotato il ristorante e ora rimprovera alla promessa sposa di non essersi presentata. Peccato che la sposa non esistesse. Il titolo confessa «la paura di essersi illusi» sul campo largo. Paura? Qui dovrebbe esserci la certezza di essersi ingannati con professionale dedizione. Non un piccolo abbaglio, non una luce scambiata per l’alba, ma una costruzione del pensiero desiderante, con fondamenta di panna montata, travi di partigianeria e mattoni di marzapane aromatizzato all’antifascismo in assenza di fascismo. La prima premessa traballante è questa: «Il centrosinistra ha stravinto il referendum sulla giustizia».
Davvero il centrosinistra? Tutto intero? Quello che aveva la separazione delle carriere tra i propri obiettivi? Quello nel quale un leader aveva lasciato libertà di scelta, evitando accuratamente di dichiarare la propria? Più che il centrosinistra, quel referendum lo ha vinto un certo clero togato e giornalistico dell’allarme democratico permanente, la macchina emotiva capace di demonizzare una riforma ma assai meno di costruire una coalizione. O, più banalmente, lo ha perso il centrodestra. Da questa premessa fallace discende la seconda: quella somma di voti contrari sarebbe una riserva elettorale pronta alla conversione. E perché mai? Quasi 15 milioni di persone hanno votato no per quasi 15 milioni di ragioni: ostilità verso questo o quell’esponente della maggioranza, tifo per i magistrati, disciplina di partito, interpretazione errata del quesito o, al contrario, comprensione fin troppo lucida. Pensarli tutti smaniosi di consegnare Palazzo Chigi al condominio litigioso della sinistra non è analisi ma superstizione.
Eppure il commentatore ammette: «Mi sarei aspettato la svolta già dalla mattina dopo». Ecco il punto. Non una lettura dei flussi: un auspicio. Non una verifica dei rapporti di forza: una speranza. La convinzione che una vittoria referendaria dovesse generare per partenogenesi un’alternativa di governo. La svolta non è arrivata e l’attesa «era stata vana». Certo: perché l’oggetto del desiderio era immaginario. Si rimprovera all’opposizione di essersi «smarrita». Ma dove si trovava prima, con quale destinazione comune, quale politica estera non triforcuta, quale programma? Per smarrirsi bisognerebbe prima esserci.
Perché illudersi? Era già tutto previsto. Era previsto che il campo largo fosse largo soprattutto nelle distanze interne. Era previsto che l’antimelonismo dogmatico non fosse sufficiente a produrre una linea politica. Era previsto che l’emergenza democratica infondata potesse bastare a mobilitare un no, non a costruire un sì condiviso su alcunché.
Come cantato con cognizione del dolore da Riccardo Cocciante, «era già tutto previsto, fino al punto che sapevo che oggi tu mi avresti detto quelle cose che mi dici, che non siamo più felici», che Conte e Schlein ci hanno traditi.