VITTORIO FELTRI

Diranno che è matto, ma si chiama radicalismo islamico che schiaccia le donne

Vittorio Feltri

Diranno che è matto anche l’algerino che ha accoltellato alla fermata della metropolitana Duomo di Milano una ragazza di 23 anni solo perché lei lo aveva guardato negli occhi. Le ha gridato che era islamico e non tollerava di essere fissato da una donna. Poi le ha dato la sua lezione di mascolinità araba: un pugno sulla faccia e una coltellata, dall’angolo della bocca all’orecchio, davanti alla folla che attendeva il treno della sera e guardava sgomenta.


La ragazza resterà sfregiata a vita, ma almeno saprà di che pasta sono fatti certi musulmani. Sul pavimento del mezzanino del metrò, accanto alle cicche di sigaretta, giovedì sera c’erano una camicia bianca arrotolata malamente, un fazzoletto per tamponare le ferite e un panetto di ghiaccio che qualche anima pia avrà recuperato alla rinfusa sperando di congelare l’orrore di quel momento. Poi sangue, un mucchio di sangue, colato sul pavimento e scomposto nei mille anfratti di uno strano disegno geometrico. Radicalismo islamico, si chiama. Che impone di schiacciare le donne appena vengono al mondo.


Benvenuti nella Milano progressista che va in piazza contro la remigrazione di Salvini e guarda disgustata certe politiche del governo tacciandole di estremismo e di fascisteria di ritorno. Se l'intuito non mi inganna spunterà presto un avvocatino di strada ad accampare la tesi che il soggetto in questione – peraltro arrestato la mattina all’alba per aver distrutto qualche auto sul corso Buenos Aires e subito rilasciato - non stava bene, era irregolare, un fantasma in cerca di identità che nessuno ha aiutato. E dunque, perizia psichiatrica, compatimento, la follia che mette tranquilli tutti e riduce di parecchio la pena.


Deve esserci nelle nostre città un’epidemia di mattitudine tendente alla mattanza che colpisce soprattutto certi soggetti irregolari o immigrati di seconda generazione. Hanno il coltello nella tasca, sono incazzati neri perché il sistema non li accoglie e non li integra, e si scagliano contro il primo che passa per la strada facendolo a fettine. È accaduto anche nel quartierone ghetto di San Siro. Un ventiduenne di origini gambiane, tale Lamin Saidilly, ha infilzato come un pollo un povero uomo che faceva colazione al baretto di una via piena di anziani perbene che si godevano l'aria temperata del mattino. Diciassette, forse venti fendenti, che hanno fatto collassare un polmone e spappolato in parte il fegato del malcapitato, si è salvato perché il padre di lui insieme a due muratori egiziani ha bloccato l'aggressore a terra.


Mi sono divertito, ha detto agli inquirenti Lamin subito dopo l’arresto, appena esco dal carcere lo rifaccio. Pare che fosse reduce da un soggiorno in Inghilterra in cui aveva accoltellato un altro giovane per rapina. I genitori hanno negato che abbia problemi psichiatrici ma poiché gli hanno trovato in casa un flaconcino di psicofarmaci (non conosco persona al mondo che non ne faccia uso) e bigliettini motivazionali nelle tasche (oltre alla foto di un mujaheddin in preghiera col fucile accanto) si sono tirate le somme: e' folle e necessita di perizia psichiatrica.


Ma quale pazzia. Mai conosciuto un assassino che nel ridurre a brandelli la vita della sua vittima fosse in salute mentale o avesse tutte le rotelle a posto. Chiamiamoli allora con il loro nome. Violenti. Che fanno male, accoltellano, uccidono per invidia sociale, per emulazione, per soldi, per fanatismo religioso, per appartenenza a una gang che credono casa. Si mimetizzano nei viali dello shopping che brulicano di passanti o si infilano nelle strade di periferie che si allungano grigie tra casermoni tutti uguali dove non esiste il riscatto sociale e alternativa alla strada.


Possiamo nascondere la testa sotto la sabbia. La famosa strategia dello struzzo, che consola ma non risolve. Oppure ammettere il problema e provare a risolverlo. Ci sono 5 milioni e mezzo di stranieri in Italia, il 9,4 per cento della popolazione totale e la maggior parte di loro sono persone perbene che lavorano e si sono integrate. Non ha senso il vannacismo di pancia che li vorrebbe remigrare tutti. Ma non possiamo applicare il razzismo al contrario, per cui se il violento è straniero o di origini straniere - come nel caso di Milano o dello stragista di Modena piombato sulla strada gremita di persone a 100 all’ora per non aver trovato un lavoro adeguato - deve essere per forza matto. Matti tutti, certo, ma per uscire presto di prigione o accomodarsi in una struttura per malati di mente da cui sfilarsi facilmente.


Si possono discutere soluzioni e metodi. I controlli ci sono. I rimpatri dei clandestini funzionano. Remigrare un cittadino italiano non è possibile. Restano la certezza della pena e la garanzia di un posto in carcere. Io mi accontenterei anche di smetterla con le ipocrisie della sinistra che nega il problema per negare il proprio fallimento. Non si può vivere con la sindrome dell'attentato. Nemmeno chiudere la gente nelle case, come nel lockdown, finché non passerà la tempesta.


Ma si possono riconoscere gli errori come ha fatto Sala sulle periferie ghetto di Milano, ammettendo che dove crei un enclave di stranieri, dove la percentuale di immigrati supera quella degli italiani nelle scuole, dove le occupazioni abusive proliferano e si creano sacche di degrado e illegalità non c’è riqualificazione che tenga ma solo precipizio. Il caso Ramy insegna: fuggire ai posti di blocco, accerchiare la polizia, peggio insultarla e assaltarla quando e' schierata ai cortei o va nei locali a controllare i documenti . Questo è l’andazzo. Talvolta è una fuga rocambolesca e basta talaltra ci scappa il morto e magari e' il poliziotto valoroso che tentava di far rispettare la legge. Parlo di Milano ma voi a Roma non siete messi meglio.


Con i vostri quartieri ghetto di Tor Cervara o il Quarticciolo che somigliano alle nostre periferie sghembe. Non c’è follia che tenga, solo un disegno preciso di prendere per i fondelli l’italia che li ha accolti e far capitolare l'occidente intero, con i diritti, la legge, il rispetto dell'altro e la democrazia. Dunque che si fa: attendiamo la prossima vittima alla fermata del bus o tentiamo di reagire prima che venga giù tutto?