900 milioni di europ

Covid, una montagna di soldi. Ecco la stima del maxiprofitto sulle mascherine

Edoardo Romagnoli

Più si scava nella mega fornitura da 800 milioni di mascherine cinesi, acquistate dalla struttura di Arcuri tra marzo e luglio 2020, e più si rafforza l’ipotesi che qualcuno abbia ottenuto un maxi profitto dall’operazione. Dalle analisi che Il Tempo ha fatto su dati e contratti a disposizione emerge, infatti, come più di 900 milioni del mega-appalto da 1,25 miliardi di euro si sarebbero «volatilizzati». Ma andiamo con ordine. Siamo nel marzo del 2020, alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri arriva una segnalazione da parte del senatore di Forza Italia Massimo Mallegni per un’offerta di mascherine da 0,70 centesimi al pezzo, trasporto incluso. Nonostante la necessità di reperire dispositivi di protezione individuale sia urgente, la richiesta viene declinata. Il commissario decide, tramite intermediari, di rifornirsi in Cina da tre consorzi: Wenzhou Light, Luokai Trade e Wenzhou Moon-Ray. Ma quanto costavano queste mascherine?


IL COSTO IN CINA Per una mascherina chirurgica, 3 strati di cui uno meltblown (ossia il tessuto non tessuto), il picco del prezzo di produzione raggiunto (tra marzo e aprile 2020) varia da 0,10 a 0,12 euro al pezzo. Mentre per le Kn95 e le ffp2 il range di prezzo di produzione nel momento di massima emergenza si aggira tra 0,41 e 0,46 euro al pezzo. Ne segue che un prezzo di mercato «onesto» cosiddetto «franco fabbrica», ossia escludendo le spese di imballaggio, trasporto, assicurazione e sdoganamento, si sarebbe aggirato tra un euro e un euro e 20 centesimi al pezzo.

IL COSTO PAGATO DALL’ITALIA La struttura italiana però paga per le ffp2 un prezzo di 2,16 euro al pezzo al quale va aggiunto 0,38 euro di trasporto per ogni singola mascherina. Risultato: ogni ffp2 è stata pagata in totale mediamente 2,54 euro. Mentre le Kn95 sono state pagate 2,20 al pezzo più il costo del trasporto (sempre 0,38 euro al pezzo) per arrivare a un prezzo finale di 2,58 euro, come dimostrato da una fattura della Wenzhou Light e da una nota della Guardia di Finanza. Ergo: la struttura di Arcuri avrebbe pagato quelle mascherine più di 2 volte il prezzo di mercato e quasi 5 volte il prezzo industriale stimato secondo le elaborazioni de Il Tempo.

MASCHERINE INIDONEE I prezzi di ffp2 e kn95 si sono gonfiati oltre misura. Non solo. Va considerato che, su 800 milioni di mascherine circa 250 milioni di pezzi risultarono non conformi e pericolosi, con un’efficienza fino a 10 volte inferiore rispetto a quella dichiarata. Il costo reale del prodotto effettivamente consegnato si aggira tra gli 0,06 e 0,13 euro per le ffp2 e le Kn95 non conformi e 0,015-0,038 per le chirurgiche sempre non a norma. Secondo queste stime la struttura commissariale avrebbe pagato 17 volte il prezzo per le ffp2-Kn95 non conformi e 37 volte il prezzo per le chirurgiche non conformi. Registrando una doppia anomalia: un prezzo gonfiato per un prodotto privo di valore protettivo.
Infatti il prezzo pagato (2,16-2,20 euro) era già superiore a 4-5 volte il costo di un ffp2 conforme al picco del materiale e 2 volte il prezzo di mercato. Però, come già scritto, parte del prodotto giunto in Italia non era conforme, ma un dispositivo non protettivo il cui costo reale si aggirava fra 0,06-0,13 euro al pezzo.


Lo Stato quindi ha pagato il prezzo di scarsità di un dispositivo di alta gamma e ha ricevuto un oggetto a un costo di regime privo di valore protettivo. Questo perché il «cuore» costoso delle mascherine, ossia il materiale che costituisce il filtro, non c’era. Alla luce di tutto ciò la domanda da porre è: a quanto ammonta lo scarto tra il miliardo e 251 milioni di euro sborsati dall’Italia e il valore economico reale della merce consegnata? Per stabilirlo bisogna sottrarre al valore totale (quindi 1 miliardo e 251 milioni) 145 milioni di euro rappresentato dal valore reale della merce effettivamente consegnata più trasporto e margine di profitto. Il totale è pari a 1 miliardo e 100 milioni di euro e coincide con il «volatilizzato». Questa cifra è così composta: 904 milioni di euro è il residuo opaco; ossia la cifra assorbita dalla catena di fornitura cinese e dall’intermediazione, in un contesto di fatture false e società inesistenti costituite ad hoc. I mediatori avrebbero intascato circa 72 milioni di provvigioni. E i restanti 130 milioni di euro sarebbero stati trasferiti in paradisi fiscali.