la morte del docente

Paolo Ungari, prima stordito e poi spinto nel vuoto: la nuova perizia che riapre il caso

Luigi Bisignani

La verità, a volte, cade. Ma non sempre si schianta. Ci sono fascicoli archiviati in un faldone e altri che, per quanto si provi a chiuderli, continuano a riaprirsi. È il caso della morte del professor Paolo Ungari, grande giurista e gran massone.

Avvenuta in una notte di settembre del 1999, archiviata nel 2003 come incidente, oggi torna al centro dell’attenzione grazie ad una nuova perizia medico-legale che mette inaspettatamente in discussione la ricostruzione dell’epoca.

Ungari era uno di quegli uomini che attraversavano i palazzi della Repubblica con la stessa naturalezza con cui frequentavano le aule universitarie. Docente di fama internazionale, consigliere ascoltato, si muoveva lungo quel confine sottile dove la cultura incrocia il potere e dove, non di rado, i dossier riservati finiscono per incidere più della politica ufficiale.

Per oltre venticinque anni la sua morte - ufficialmente causata da una caduta nella tromba di un ascensore - è rimasta classificata come un tragico incidente. Oggi una nuova clamorosa perizia medico-legale- pubblicata in esclusiva da Il Tempo - riapre interrogativi che sembravano definitivamente archiviati: Paolo Ungari è davvero morto per una caduta accidentale o quella notte, nel cuore di Roma, è accaduto qualcosa di diverso?

Non si tratta solo della classica storia italiana fatta di segreti custoditi, omissioni e silenzi istituzionali. È anche una vicenda che getta ombre su ambienti che non hanno saputo, o voluto, vedere, così alimentando per decenni dubbi mai sopiti.

E se, nel 2003, il caso sembrava definitivamente archiviato, oggi, il procedimento 535/26 K assegnato al sostituto procuratore Daniela Urso restituisce ai familiari almeno una speranza per saperne di più.

La nuova perizia, lungi dal riproporre una moderna valutazione tecnica o una diversa interpretazione di dettagli marginali, contesta il fondamento stesso della ricostruzione ufficiale.

Paolo Ungari non era uno qualunque: professore ordinario di Storia del diritto Italiano, preside presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss, presidente onorario della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, maestro massone - così è ricordato anche sulla lapide nel Cimitero Acattolico di Roma. Uomo dalle relazioni vastissime: Giovanni Spadolini nutriva profonda stima di lui, così come Bettino Craxi, che non mancava di consultarlo su questioni di politica estera. Nel 1956 fu tra i fondatori del Partito Radicale, che lasciò successivamente per aderire al Partito Repubblicano, dopo profonde divergenze con Marco Pannella, da lui definito «socialista di complemento». Il suo nome comparve, inoltre, in dossier riservati e incarichi mai del tutto chiariti.

Era il 3 settembre 1999 quando, a sessantasei anni, morì. Una tragedia che venne scoperta solo tre giorni dopo. Fu ritrovato sul fondo della tromba di un ascensore di un palazzo del centro della Capitale. Una scena terribile, quasi irreale. Il corpo era devastato, ma la morte sembra non essere sopraggiunta immediatamente. Le indagini si conclusero rapidamente. La consulenza medico-legale dell’epoca, attribuì il decesso a un «grave traumatismo polifratturativo» compatibile con una precipitazione da circa 13 metri.

Per ventisette anni quella perizia è stata il pilastro della verità giudiziaria. Ora però, quel pilastro si è crepato e rischia di crollare.

La nuova consulenza del medico legale Pasquale Bacco arriva, oggi, a conclusioni diametralmente opposte. Secondo il consulente, le lesioni riscontrate sul corpo del professore non sarebbero affatto compatibili con una caduta da dodici o tredici metri. Ed è qui che il caso cambia completamente schema.

Perché se un uomo precipita nel vuoto da quell’altezza, le analisi scientifiche si aspettano un preciso quadro traumatico: fratture diffuse, lesioni posteriori, segni evidenti da impatto devastante. È il corpo che, alla fine, racconta sempre qualcosa.

Sul corpo di Ungari, invece, quel quadro non c’era. Le lesioni risultavano concentrate prevalentemente sul bacino e sugli arti inferiori. Mancavano totalmente le fratture posteriori. Mancavano le lesioni tipiche di un impatto da grande altezza. Mancavano perfino le ferite alle mani, quelle che normalmente riporta una persona cosciente che tenta istintivamente di aggrapparsi durante la caduta. Sono elementi che aprono uno scenario inquietante: il professor Ungari era davvero cosciente quando è precipitato?

Da qui l’ipotesi formulata dal dottor Bacco: Ungari potrebbe essere stato aggredito o stordito con farmaci da qualcuno e solo successivamente gettato nel vano ascensore.

Ancora più clamorosa è la conclusione sull’altezza della caduta: le fratture risulterebbero compatibili con un salto di appena quattro metri, non tredici.

Due ricostruzioni opposte, incompatibili. Da una parte un tragico incidente, dall’altra l’ombra di un omicidio. Ed è proprio questa nuova perizia ora al vaglio della Procura per la richiesta di riapertura del caso.

Perché se dovesse venir meno il fondamento scientifico sul quale si è retta, per oltre un quarto di secolo, la ricostruzione della morte di Paolo Ungari, allora anche il resto deve essere riletto. Ci sono testimonianze che non coincidono negli orari, c’è il racconto di un residente del palazzo, mai ascoltato dagli inquirenti, secondo il quale lo spazio tra l’ascensore e la rete di protezione sarebbe stato troppo ridotto per una caduta accidentale; poi c’è una settima linea telefonica mai controllata, oltre al fatto che gli abiti del professore furono distrutti appena quarantotto ore dopo l’autopsia senza ulteriori accertamenti. Infine, ci sono i dossier scottanti che il professore stava seguendo, in particolare quello sulla Colombia: carte sparite nel nulla dalla borsa che aveva con sé quando è morto.

Forse la morte di Paolo Ungari non è più una tragica vicenda del passato. Forse è tornata ad essere ciò che non avrebbe mai smesso di essere: un mistero italiano ancora aperto dove si intrecciano morte, potere e zone d’ombra. E dove i familiari attendono, ancora, se non giustizia, una risposta, se non definitiva, almeno credibile.