hanno la faccia come il covid
Conte "uno e bino": sotto indagine ma anche giudice di se stesso. Perché ha torto sulla Commissione Covid
Sì può essere, nello stesso tempo, audito in Commissione e membro della stessa, di un organismo cioè che dovrebbe poi sindacare quanto ascoltato? È come se un giudice scrivesse se stesso sul registro degli indagati per poi compilare la relativa sentenza. O, se si preferisce, se un qualsiasi professore fosse chiamato a giudicare il proprio rendimento in quanto studente.
Potremmo continuare all’infinito. Ma non aggiungeremo alcunché al pasticciaccio compiuto da Giuseppe Conte, nei confronti della Commissione sul Covid.
Uno e bino: sottoposto ad indagine per le azioni compiute, in qualità di Presidente del Consiglio, durante l’epidemia di Covid e giudice di se stesso. La soluzione trovata: «Dimissioni provvisorie, audizione, quindi reintegro»? È solo una toppa a colore che non risolve il problema di fondo. Speriamo solo che quanto avverrà non costituisca «precedente». Sarebbe, infatti, un controsenso permanente.
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Quale doveva essere la soluzione? Una ed una soltanto: Giuseppe Conte non doveva far parte della Commissione d’inchiesta. Affidare la sua difesa, sempre che sia necessario, ai deputati e ai senatori del suo stesso gruppo che sono titolari della Commissione. Aveva una scarsa fiducia nei loro confronti? Fosse stata questa la ragione e non solo l’ostentazione della propria potenza, la cosa sarebbe ancora più grave. Sarebbe il segno evidente del cattivo funzionamento della selezione di quel gruppo dirigente: obiettivo che dovrebbe essere l’anima di ogni partito politico. Problemi quindi di una certa serietà. Che contribuiscono a spiegare il crescente nervosismo dell’ex avvocato del popolo. Quel suo continuo vedere complotti dappertutto: dai piani alti di Palazzo Chigi, a quei pochi e meritevoli giornali che si stanno occupando della vicenda, in un silenzio assordante. Come se la crescita di 20 punti del debito pubblico in rapporto al Pil, in un solo anno, fosse cosa di tutti i giorni e non il massimo disastro finanziario della storia d’Italia. Di cui ancora oggi stiamo pagando le conseguenze.
Quella scelta, il non partecipare, non doveva essere solo il frutto di un giusto senso delle istituzioni. Anche in questo caso, infatti, valgono le parole di Don Abbondio sul coraggio: «Uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare».
Nel caso specifico siamo anche di fronte ad un avvocato che, prima di assumere la carica di presidente del consiglio, aveva presentato un curriculum di ben 5 pagine, di cui 4 necessarie per riportare solo i titoli di una novantina di pubblicazioni scientifiche. Dove la padronanza del diritto appariva in tutto il suo splendore. Ed allora sarebbe interessante sapere come la stessa persona, diventata poi il capo dei 5 stelle, valuti alcune disposizioni della legge 22 del 2024, che è quella che ha istituito la Commissione d’inchiesta sul Covid, disciplinandone le relative funzioni ed i conseguenti poteri. L’articolo 2, comma 1 stabilisce, ad esempio che i singoli «componenti» sono chiamati a far parte della Commissione «tenendo conto anche della specificità dei compiti assegnati alla Commissione». Entro dieci giorni dalla loro nomina, devono pertanto dichiarare «alla presidenza della Camera di appartenenza eventuali situazioni di conflitto di interessi in relazione all’oggetto dell’inchiesta».
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Esisteva nel caso dell’ex presidente del consiglio che all’epoca aveva gestito la pandemia «eventuali situazioni di conflitto»? Per rispondere è necessario vedere quale siano i compiti della Commissione secondo il dettato del successivo articolo 3. Basterebbe in proposito solo il primo punto: «La Commissione ha il compito di: a) svolgere indagini e valutare l'efficacia, la tempestività e i risultati delle misure adottate dal Governo e dalle sue strutture di supporto al fine di contrastare, prevenire e ridurre la diffusione e l'impatto del Sars-CoV-2».
«Dal Governo», quindi, di cui il presidente del consiglio (art. 95 della Costituzione) «ne è responsabile».
Scorrendo la restante parte dello stesso articolo, i riferimenti all’attività di governo, su cui la Commissione è chiamata ad indagare, sono richiamati una ventina di volte. Altrettanto puntuale è il riferimento al Commissario straordinario.
Le cui scelte dovranno essere analizzate, sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo. Dalla commessa di 1,25 miliardi riguardante la fornitura di mascherine ai famosi «banchi a rotelle», che tanto hanno fatto discutere. Richiamo quanto mai opportuno se si considerano che in questo caso la scelta fu del presidente del consiglio, che operò con un proprio decreto. Che non solo gli consentì di individuare il responsabile, ma garantirgli i poteri (veramente straordinari) di cui all’articolo 122 del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18.
C’è solo da soffermarsi sui timori, più volte avanzati da Giuseppe Conte che ha ipotizzato agguati e giudizi sommari.
Naturalmente in Commissione ciascuna forza politica è libera di esprimere le proprie valutazioni. La sintesi del lavoro svolto sarà condensata nella relazione finale che, alla scadenza, sarà votata dalla Commissione.
Se ci sarà accordo, vi sarà un’unica relazione. Altrimenti vi potranno essere più relazioni in cui ciascuna componente potrà dire la sua, per poi sottoporla al vaglio della pubblica opinione. Nessun tentativo di linciaggio quindi. Ma normale dialettica parlamentare che dovrebbe tranquillizzare tutti.
A meno che da parte dei soggetti auditi non vi sia il rifiuto di rispondere ai quesiti che saranno posti (art. 366 del Codice Penale) o non incorrano nel reato di falsa testimonianza (art.372 CP). Sono, forse, questi i possibili timori dell’ex presidente del consiglio?