Ti conosco mascherina, i tre argomenti che smontano la sinistra
Raccontare una storia è assai diverso dal riportare i fatti per come sono andati davvero. E quello che le opposizioni stanno portando avanti in questi giorni sul caso del risarcimento da 100 milioni alla società Jc Eletronic è esattamente questo: un racconto messo in piedi per tentare di coprire le evidenti difficoltà in cui la sinistra si trova dopo le ultime vicende emerse in commissione Covid. Così, non riuscendo a mettere toppe ai troppi buchi aperti nella loro narrazione, cercano di ribaltare le cose, provando a spacciare per un «regalo al grande accusatore di Conte» quello che in realtà è stato un risparmio notevole per le casse dello Stato. Giunto dopo un danno che, è bene ribadirlo, è stato compiuto al tempo della pandemia, quando al governo non c’era certo il centrodestra. Intanto facciamo un po’ di chiarezza e riassumiamo la vicenda per come è andata davvero, tra sviste, pasticci e una certa dose di negligenza.
Partendo da una sentenza: il Tribunale di Roma ha condannato la Presidenza del Consiglio e il ministero della Salute a risarcire con circa 250 milioni di euro (interessi di mora compresi) la società Jc Electronics, fornitore di mascherine incaricato dal Dipartimento della Protezione Civile all’inizio della pandemia. Torniamo ora al principio, per capire da dove origina questo disastro. Nel marzo 2020, in piena pandemia, la Presidenza del Consiglio e il Dipartimento Protezione Civile affidano all’azienda la fornitura di almeno 10 milioni di mascherine con una lettera di commessa e, alla fine dello stesso mese, arriva il primo stock di dpi. Succede però che poco dopo viene insediata la nuova struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, a cui vengono trasferiti tutti i contratti precedenti, compreso quello della Jc Electronics, che intanto aveva continuato ad importare mascherine già validate dall’Inail secondo una procedura in deroga stabilita ad hoc. Ma le fatture improvvisamente avrebbero smesso di essere saldate, e il 26 giugno, con la motivazione che i dispositivi non avrebbero ottenuto l’autorizzazione né dell’Inail né del Cts, la struttura ne avrebbe chiesto il ritiro senza alcun compenso.
L’azienda sostiene ovviamente il contrario, ma il 3 agosto Arcuri- assolto poi da tutte le accuse - avrebbe comunicato alla società la risoluzione della commessa, questa volta perché le mascherine non erano state validate dal solo Cts. Cosa in effetti vera, ma non certo per colpa della Jc Electronics: dalla sentenza della Procura di Roma è infatti emerso che «la mancata validazione sia dipesa da un difetto di comunicazione interna tra le segreteria dei diversi uffici interessati alla procedura». Tradotto: l’azienda aveva comunicato via mail la conformità alla struttura commissariale che però per una «svista», non l’avrebbe inoltrata al Cts, che a sua volta non ha certificato i dispositivi. Per questo pastrocchio, tutto interno alla struttura commissariale e agli altri attori in gioco, la Jc Electronics ha chiesto un risarcimento poi riconosciuto dai giudici.
Veniamo ora alle questioni politiche e alle evidenti contraddizioni delle opposizioni. La prima: uno degli argomenti della sinistra è che il governo avrebbe «regalato» 100 milioni di euro con troppa fretta, perché prima di pagare non avrebbe sfruttato tutti i gradi di giudizio. Per cominciare, a definire la strategia difensiva in questi casi è l’Avvocatura dello Stato, che - come è noto ai più ma forse non alla sinistra - sta lì appunto per difendere lo Stato, non certo per danneggialo. Poi, semplicemente, gli avvocati hanno sentito fumus di "sconfitta" in un eventuale ricorso in appello, e per buone ragioni: di fronte alla sentenza di condanna in primo grado, che per le cause civili è immediatamente eseguibile, il Governo ha depositato istanza di appello fondato sul fatto che le mascherine non fossero idonee, ma intanto il procedimento "parallelo" penale aperto in merito è decaduto, con conseguente impossibilità di sostenere l’appello. Ecco perché l’avvocatura dello Stato e gli uffici tecnici dei ministeri hanno deciso di optare per la riduzione del danno: anziché corrispondere circa 250 milioni di euro, si è deciso per un accordo transattivo al 40%, corrispondendo alla JC Electronics circa 100 milioni di euro.
Il secondo argomento delle opposizioni, forse ancor meno sostenibile del precedente, sarebbe che Dario Bianchi, responsabile legale della Jc Electronics e definito «il grande accusatore di Conte» dopo la sua audizione in commissione, avrebbe finanziato Fratelli d’Italia. Cosa vera, ma che va circostanziata con attenzione: la JC Electronics ha partecipato ad una cena di finanziamento per le europee nel 2019- quindi ben prima del Covid - versando la cifra risibile di 800 euro, in un momento in cui peraltro Bianchi era solo un socio di minoranza dell’azienda. Ergo, diventa quasi impossibile sostenere il teorema per cui a fronte di un finanziamento così piccolo il centrodestra «regali» a Bianchi 100 milioni di euro dopo, ribadiamo, una condanna causata dai pasticci durante un governo a guida pentastellata.
Terzo ed ultimo aspetto: ora l’opposizione auspica l’intervento- possibile - della Corte dei conti, dimenticando però che in epoca Covid la struttura commissariale poteva godere di tutte le deroghe e gli «scudi» possibili e immaginabili, ivi compreso quello dalla Corte dei conti e persino dall’Anac, come emerso in una recente audizione. Siamo, insomma, alle solite: due pesi, due misure