LA RICOSTRUZIONE/4
L’estate-autunno dei misteri 2019, Conte non mollava la delega ai servizi
Furono giornate intense quelle di inizio ottobre 2019 per Giuseppe Conte. Vi abbiamo già ricordato ieri il sospetto, di cui allora si parlò, di una certa insoddisfazione americana per la limitata collaborazione prestata dall’Italia alla controinchiesta dell’attorney general William Barr. La Washington trumpiana aveva per lo meno validi motivi per essere irritata: aveva concesso un endorsement pesantissimo a "Giuseppi", ottenendo in cambio molto meno di ciò che si attendeva, a quanto pare.
E proprio in questo scambio diseguale - rivisto ora per allora - sta la prima acrobazia di Conte: lestissimo a incassare il decisivo appoggio del presidente Usa quando lui era fragile e precario a Palazzo Chigi, ma poche settimane dopo puntiglioso nel veicolare ai media una versione secondo cui sarebbe stato proprio il Presidente del Consiglio, incontrando i vertici dei servizi italiani alla vigilia del confronto con Barr, a raccomandar loro di non consegnare carte o altri materiali. Immaginate l’umore dell’entourage trumpiano nel leggere questi retroscena. E immaginate- simmetricamente- l’umore di chi, nei palazzi romani, fu per lo meno indotto a pensare, chissà se a torto o a ragione, che Conte avesse usato la nostra intelligence per garantirsi la permanenza in sella.
Ma veniamo alla seconda acrobazia. In quelle settimane era in corso un comprensibilissimo pressing (dal Pd ai renziani) per persuadere Conte a mollare la delega sui servizi segreti. E invece in quella fase cosa decise l’ex avvocato del popolo, divenuto avvocato di se stesso? Di tenersi tutto. E come beffa, fece anche sapere – lo disse a Massimo Franco per il Corriere della Sera – che «Giuseppe Conte non delegherà nulla. Non conviene affidare gli apparati di sicurezza a persone che rispondono ad altri. È una garanzia per tutti». Avrete notato la finezza di un Conte che parlava di sé in terza persona, come Giulio Cesare, e che riteneva l’Italia garantita solo dal fatto che fosse lui a occuparsi di intelligence. E infatti Conte mantenne quella delega per sé fino alla fine del suo secondo governo: solo nelle settimane finali, a gennaio 2021, la lasciò per pochissimo tempo al suo consigliere diplomatico Pietro Benassi.
Ma torniamo all’ottobre rovente del 2019. Non pago delle provocazioni già avvenute, Conte andò oltre, addirittura paragonandosi a Bettino Craxi (che per evidenti ragioni non poteva difendersi dall’accostamento): «Sono più duro di Craxi a Sigonella». E sganciando altre bombe dialettiche contro i due Matteo, Renzi e Salvini («Non sopporto i prepotenti»).
Ma non finisce qui. Conte veicolò tramite Repubblica un pesantissimo avvertimento a Matteo Renzi (e a Paolo Gentiloni): una specie di «Matteo stai sereno», uguale e contrario alle bordate indirizzategli dal capo di Italia Viva. E che disse Conte, secondo Tommaso Ciriaco di Repubblica? «Era nostro interesse chiarire quali fossero le informazioni degli Stati Uniti sull’operato dei nostri servizi all’epoca dei governi precedenti». Avete capito bene: il riferimento è al 2016 e al 2017, quando a Palazzo Chigi c’erano Renzi e Gentiloni. In pratica, Conte fece sapere ai suoi due predecessori che stava assumendo informazioni e promuovendo chiarimenti sui loro governi.
Ricapitoliamo il doppio salto mortale senza rete: da un lato Conte creò in Trump un’attesa di collaborazione, ma poi non poté o non volle garantirla fino in fondo (così si ritenne a Washington, almeno); dall’altro, senza tanti giri di parole, comunicò a due stakeholders della sua maggioranza che stava indagando su come si erano comportati i governi del Pd, se avessero chiuso o no gli occhi mentre qualche manina italiana fabbricava prove farlocche - questa era l’ipotesi di William Barr, poi rivelatasi priva di riscontri - contro la campagna Trump.
E in quei giorni, senza fare una piega, Conte parlò proprio alla cerimonia per il giuramento dei neo assunti nella nostra intelligence: «Ho constatato che l’intelligence è patrimonio dell’intera nazione, una comunità di valorosi professionisti che, garantendo la sicurezza del paese, protegge quella sfera di interessi nazionali che unisce e non divide, nella quale tutti i cittadini italiani si riconoscono». Conte elogiò i vertici di allora, anche nel tentativo di rassicurarli: «Consentitemi di cogliere questa occasione per esprimere il mio più sentito apprezzamento e ringraziamento per l’operato dei vertici del comparto».
Poi, un passaggio abbastanza surreale per chi – questa era l’ipotesi formulata da alcuni in quel momento su Conte – si sarebbe mosso senza informare il Parlamento: «L’intelligence è il presidio della democrazia, non essendo concepibile che si muova al di fuori del controllo parlamentare e dei compiti che il governo le assegna». In un altro passaggio, Conte sembrò precostituire la sua linea difensiva: «Se da un lato è il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica a stabilire il fabbisogno informativo, a individuare le direttrici di intervento e dunque le priorità lungo le quali gli organismi devono muoversi, d’altro canto è l’autorità di governo che si attende di venire a sua volta sollecitata da un’intelligence integrata nei suoi meccanismi decisionali in ordine a problemi nuovi e ad orizzonti inediti».
Chiusura tentando di volare alto: «Non basta più il semplice adattamento ai mutamenti della minaccia, bisogna individuare in tempo utile l’evoluzione dei diversi fenomeni. A fronte di minacce ibride e mimetizzate, la bravura nel giocare d’anticipo potrebbe rivelarsi insufficiente. Servono operatori con una visione olistica, capaci reinventarsi continuamente nei propri obiettivi ed il decisore politico necessita di informazioni vagliate e tempestive». Parola di Conte, l’uomo che fece sapere a tutti di ritenersi indispensabile e di non voler fare alcun passo indietro.
Valeva nel 2019, e temiamo resti vero pure nel 2026.