testimonianza eclusiva

"Pensavo di andare incontro al paradiso. Ma stavo precipitando nell’inferno jihadista"

Francesca Musacchio

«Credevo di andare in paradiso. In realtà stavo precipitando all’inferno». Si chiama Youssef, ma non è il suo vero nome. Quello è rimasto sepolto insieme all’uomo che stava diventando. Oggi vive da qualche parte nel mondo, lontano dalla Tunisia, dalla Francia, dall’Italia e dalla Giordania. Si nasconde da chi un tempo chiamava fratelli e che oggi lo considera un traditore. Per loro doveva diventare un martire. Invece ha scelto di restare vivo. E di raccontare la sua storia a Il Tempo con la promessa di mantenere l’anonimato.

Youssef, quando è iniziato tutto?
«Non è iniziato con l’odio. È questo l’errore che fanno in molti. Pensano che un ragazzo si svegli una mattina, guardi un video su internet e decida di diventare un jihadista. Non funziona così. Prima arriva il vuoto. Poi arriva qualcunoche quel vuoto lo sa riempire. Sono nato a Sfax, in Tunisia, da una famiglia musulmana normale. Ramadan, preghiera, rispetto per i genitori. Nessuno parlava di guerra santa o sognava il martirio. Atredici anni sono arrivato in Francia passando per l’Italia. Doveva essere l’inizio di una vita migliore. In parte lo è stato, in parte no. Non voglio fare il solito discorso sull’Europa cattiva. La verità è più sporca e più semplice: io non sapevo chi ero. In Tunisia ero quello partito. In Francia ero quello venuto da fuori. E in mezzo non c’era niente».

Cosa cercava?
«Un posto. Una voce che mi dicesse: tu sei qualcuno. Non ero un criminale o un fanatico, ma un ragazzo senza direzione. La banlieue ti educa al silenzio. Vedi tutto, capisci tutto, ma nessuno ti chiede davvero cosa hai dentro. Poi ho iniziato ad andare più spesso in moschea. Non perché fossi diventato improvvisamente religioso, ma perché lì qualcuno mi salutava e mi chiedeva come stavo. Sembra poco, ma per un ragazzo che si sente invisibile è moltissimo».

La moschea era radicale?
«No. Ed è importante dirlo. La moschea non era un covo. La maggior parte delle persone entrava, pregava e tornava a casa. Il problema non era la preghiera, ma quello che accadeva ai margini. La radicalizzazione non avviene sempre davanti a un predicatore che urla. Spesso avviene con una voce bassa. Con un uomo che ti mette una mano sulla spalla e ti dice: fratello, tu vali più di quello che ti fanno credere. È lì che comincia tutto».

Chi erano?
«Uomini normali, almeno in apparenza. Non arrivavano con il volto coperto o con il linguaggio della guerra. Parlavo con loro e sembravano più maturi, centrati, sicuri. Ascoltavano, facevano domande su famiglia, lavoro, ragazze, rabbia e vergogna. Mi lasciavano parlare. Poi, piano piano, davano un nome a tutto quello che sentivo. La confusione diventava umiliazione e la solitudine prova. Mentre la rabbia diventava fede. Mi dicevano che non ero perso, ero stato scelto. E quando qualcuno trasforma il tuo fallimento in destino, tu inizia credergli».

Quando è arrivato il salto?
«Con gli incontri privati. Sempre uno a uno, mai davanti a tutti. È questa la parte che spesso non si vuole vedere. Oggi si parla molto del web, dei canali Telegram, dei video. È vero, esistono e contano. Ma l’incontro personale resta decisivo. Un uomo davanti a te vale più di cento video. Perché ti guarda, ti misura, capisce dove sei fragile. All’inizio parlavamo di religione. Poi di identità. Poi di guerra. Mi dicevano che l’Islam vero era stato tradito, che gli imam ufficiali erano venduti, che i governi musulmani erano corrotti, che l’Occidente avrebbe sempre odiato i musulmani. Non lo dicevano tutto insieme. Lo facevano entrare poco allavolta. Una frase oggi, un video domani, una storia la settimana dopo».

E il martirio?
«Il martirio arriva quando sei già dentro. Prima devono costruire la fiducia. Nessuno ti dice subito: devi morire. Sarebbe troppo brutale. Ti dicono il contrario. Ti dicono che il martire non muore, che entra direttamente in paradiso, incontra le vergini promesse e può intercedere per la sua famiglia. E che il suo sangue cancella la vergogna, la povertà, l’insignificanza. È un racconto potente, malato, ma potente. Perché parla alla parte più debole di te. Quella che vuole essere amata, ricordata, celebrata. Io non volevo morire. Volevo contare qualcosa. Loro mi convinsero che la morte fosse il modo più alto per esistere. Pensavo di andare incontro al paradiso. In realtà stavo camminando, passo dopo passo, verso il punto più buio della mia vita».