INTERVISTA
Antonio Giordano: "Italiani in America Orgoglio transatlantico"
Gli Usa ospitano una delle maggiori comunità italiane al mondo. Circa 20 milioni. Tra il 5 e 6% dell’intera popolazione americana, secondo il National Italian American Foundation (NIAF) e la Sons and Daughters of Italy Foundation (SIF). «Il rapporto tra Italia e Stati Uniti è molto più forte di qualsiasi polemica o dichiarazione estemporanea. Un legame costruito nel corso di decenni. Una collaborazione politica, economica, culturale e umana, che si fonda su valori fondamentali e una lunga alleanza». Sintetizza così il suo pensiero Giancarlo Arra, imprenditore e manager italo-statunitense, una delle voci più autorevoli della ricerca scientifica e delle relazioni tra Italia e Stati Uniti. Presidente di SHRO Italia e Vicepresidente della Sbarro Health Research Organization negli Usa che finanzia progetti di ricerca biomedica e oncologica e iniziative di formazione internazionale. Dal 2025 anche membro del Board of Trustees della Sons of Italy Foundation, il braccio filantropico dell’Order Sons and Daughters of Italy in America. Italiani con un forte legame con il nostro Paese. Le vicine celebrazioni del Columbus Day, con le associazioni regionali, la promozione della cultura italiana, le iniziative linguistiche, i rapporti economici e familiari, mantengono vivo un senso di appartenenza. Italo-americani, che conservano un orgoglio palpabile per le proprie radici e guardano con attenzione ai rapporti tra Roma e Washington. E negli Usa, il dibattito pacato seguito alle recenti dichiarazioni di Donald Trump, ci fa comprendere come vengano percepite dallavastae influente comunità italiana negli Stati Uniti. Una comunità che con il suo ruolo rafforza, anziché dividere, lo storico rapporto tra i due Paesi. «Il rapporto Italia – Usa, si fonda su una storia lunga e condivisa, che travalica le divergenze in politica estera del momento. Decenni di collaborazione politica, economica, scientifica, culturale e umana, sostenuti da valori democratici comuni. Gli italiana in Usa ritengono che le polemiche del momento, si spengono di fronte ad un legame costruito nel tempo da milioni di persone. Come ha più volte sottolineatola Premier italiana, continuità e stabilità dei rapporti transatlantici, sono un punto fermo invalicabile. Nelle vere democrazie le differenze divedute, aldilà del modo con cui vengono rappresentate, sono l’essenza di relazioni autentiche». A parlare è un’altra voce autorevole della comunità Italo-Americana, il prof. Antonio Giordano, oncologo, patologo e genetista di fama mondiale. Allievo del premio Nobel James Watson, è noto soprattutto per aver scoperto il gene Rb2/p130, fattore di sviluppo dei tumori. Fondatore della Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine presso la Temple University di Philadelphia, e membro del Consiglio di Amministrazione Niaf.
Quindi ritiene che il legame tra Italia e Stati Uniti sia sufficientemente solido?
«Assolutamente sì. E non è solo ciò che penso io. Ma sono gli americani a pensarlo. Le dichiarazioni estemporanee lasciano il tempo che trovano.
Ciò che rende solido il rapporto, è il patrimonio di rapporti economici, culturali, scientifici e umani».
Un esempio?
«Quale Presidente della Sbarro Health Research Organization di Philadelphia, ho avuto il privilegio di contribuire alla formazione di circa 400 giovani ricercatori italiani, di cui tanti oggi occupano posizioni di rilievo nelle università, negli ospedali e nei centri di ricerca del mondo. È questo che conta davvero».
Quale messaggio rivolgerebbe agli italiani residenti negli Usa?
«Direi loro di continuare a essere orgogliosi delle proprie radici e, allo stesso tempo, protagonisti della società americana. Gli italo-americani hanno sempre svolto una funzione fondamentale nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.
Come membro della National Italian American Foundation, vedo ogni giorno quanto sia importante il contributo della nostra comunità nel promuovere cultura, formazione, ricerca e opportunità economiche».
Un ponte tra i due Paesi?
«Esattamente. Un ponte che significa ricordare che ciò che ci unisce è infinitamente più forte di qualsiasi divergenza temporane».
Ma quali sono i valori condivisi tra il popolo italiano e quello americano?
«Penso alla centralità della famiglia, all’etica del lavoro, alla valorizzazione del talento, alle libertà individuali, alla democrazia e alla fiducia nell’istruzione e nella ricerca come strumenti di progresso. Sono valori non negoziabili che ritrovo sia nella società italiana, sia in quella americana e che rappresentano una base solida per affrontare insieme le sfide del futuro».
Quindi un ruolo di mediazione culturale?
«La ringrazio per questa domanda. La risposta è, senza esitazione, sì. I quasi venti milioni di italo- americani, aldilà di sensibilità, idee e opinioni diverse, com’è normale in democrazia, hanno un obiettivo comune: rafforzare il dialogo, la cooperazione e il rispetto tra le due nazioni. Conoscendo profondamente entrambe le realtà è normale favorire una collaborazione sempre più solida, anche in momenti di tensione mediatica».
In che modo?
«Con progetti concreti, come fa La Sbarro Health Research Organization che, da trent’anni permette a talenti e ricercatori italiani di raggiungere Philadelphia, perfezionare la propria formazione e realizzare progetti comuni con colleghi americani. Un continuo scambio di conoscenze, competenze e relazioni umane che rafforza il legame tra le nostre nazioni. È questa la vera forza delle relazioni transatlantiche».
Se dovesse indicare un elemento che unisce più italiani e americani?
«La fiducia nel futuro e nella capacità di migliorare il mondo attraverso il lavoro, la creatività, l’innovazione e la conoscenza. È lo spirito che ha animato milioni di immigrati italiani e che oggi vive nei giovani che costruiscono ponti tra le nostre due nazioni».