l'omicidio di milano

"Solo sedici anni al killer dominicano di mia madre". L'intervista a Silvia Bindella: "Questa non è giustizia"

Francesca Totolo

Nel pomeriggio del 14 maggio 2015, la 82enne Teresa Meneghetti venne strangolata e uccisa da un 15enne di origini dominicane nel suo appartamento di Milano. Il suo assassino, in Italia da 6 anni, aveva vissuto per un periodo nello stesso palazzo con la madre e la sorella: «Ho tentato di strangolarla e siamo caduti a terra. Siamo caduti per la spinta. Ho visto una lampada a forma di pietra e l’ho lanciata contro di lei. L’ho lanciata e l’ho lasciata cadere per tre-quattro volte». Dopo l’omicidio della signora Teresa, completamente imbrattato di sangue, il 15enne prenderà un autobus per fare ritorno a casa, dove confesserà il delitto alla madre. «Le persone sono contro di me e mi sono sfogato su di lei», così aveva giustificato l’efferato assassinio durante il primo interrogatorio.

Dolore che si unisce a un altro dolore per la famiglia della signora Meneghetti, la quale aveva già denunciato di sentirsi abbandonata dallo Stato. Dopo 90 giorni dall’omicidio della madre, la telefonata di un vicino di casa aveva sferrato a Silvia Bindella, figlia di Teresa, l’ennesima coltellata al cuore: il compagno della 82enne si era suicidato. L’uomo non aveva retto alla disperazione per la morte della sua Terry con la quale aveva condiviso 26 anni di vita. «Quella persona ha già ucciso due volte, mia madre e ora anche il suo compagno», aveva dichiarato Silvia, spiegando: «Per me era come un padre e un nonno per le mie figlie».

Lunedì, è arrivata la sentenza di primo grado. Il 15enne è stato condannato a 16 annidi reclusione, con un anno da scontare successivamente in una Rems. Oltre allo sconto di pena previsto dal rito abbreviato, è stata esclusa l’aggravante della premeditazione, contestata dalla Procura sulla base di elementi probatori. «Mi chiedo che cosa debba commettere uno per avere il massimo della pena», ha commentato Silvia Bindella subito dopo la lettura della sentenza, aggiungendo: «Non lo perdonerò mai».

Il 15enne che ha ucciso in modo feroce sua madre Teresa Meneghetti è stato condannato a 16 anni di reclusione. In attesa di leggere le motivazioni, quale è stato il suo primo pensiero?
«Delusa e amareggiata. La vita di mia mamma vale solo 16 anni, che poi, parliamoci chiaro, saranno meno. Rispetto la legge e la sentenza ma ritengo che un reato così grave, come un omicidio così efferato, non possa avere una pena del genere».
Da tempo, chiede una modifica del Codice penale minorile per reati gravi, come l’omicidio.
«Sì, lo chiedo ma nessuno se ne occupa. I giovani di oggi non sono quelli di 40 anni fa, ma la legge invece è ferma a quel tempo, quando i giovani erano ben diversi e la cronaca di tutti i giorni ne dà conferma. Se a 15 anni uccidi come un adulto, devi essere giudicato e condannato come un adulto. Con queste pene cosa vogliamo comunicare e insegnare a questi giovani?».
Più volte ha affermato che lei si è sentita abbandonata dallo Stato, anche per la mancanza di un Garante nazionale delle vittime di omicidio.
«Non mi sono sentita abbandonata, io sono stata abbandonata dallo Stato. Le vittime e i loro familiari sono abbandonati. Non esiste una catena di supporto, tutto è improntato solo sul carnefice. Siamo il Paese dove esiste il Garante Nazionale dei detenuti ma non esiste un Garante Nazionale delle vittime di omicidio».
Come famiglia, non vi siete potuti costituire parte civile durante il processo perché l’imputato è minorenne. Vi toccherà agire in sede civile ma difficilmente otterrete un giusto risarcimento.
«Quando finirà la fase penale, inizieremo la causa civile, sempre a nostre spese, mentre chi ha ucciso avrà il patrocinio gratuito. I risarcimenti resteranno sulla carta. Anche qui lo Stato ci abbandona nuovamente, obbligandoci a rincorrere chi ha ucciso mia mamma per ottenere un nostro diritto. Credo che anche questo sia ingiusto. Dovrebbe essere lo Stato a risarcire le vittime per poi rivalersi sul carnefice. Esistono tutele per le vittime di terrorismo, della mafia, del dovere, della strada, ma per le vittime di reato non esiste nulla, se non un indennizzo che non copre nemmeno le spese processuali. Questa la vogliamo chiamare giustizia? No, non lo è».