Lunedì 5 giugno 1967, ricordo del pogrom libico: "Fu la caccia all'ebreo"
Io ebreo italiano, avevo quasi quattordici anni, quando fui costretto forzatamente insieme alla mia famiglia ad abbandonare per sempre Tripoli, la città dove sono nato, dove erano nati i miei due fratellini, i miei genitori, i miei nonni. Era un lunedì, il 5 giugno 1967, lo ricordo come fosse oggi. Alle sette e trenta del mattino mi ero recato, con la mia Graziella blu, per sostenere gli esami di terza media alla scuola Dante Alighieri, la stessa scuola dalla quale mio padre era stato cacciato nel 1938 a seguito delle leggi razziali, che vennero applicate anche in Libia, ex-colonia italiana.
Mi diressi verso il centro di Tripoli,attraversando i giardini pubblici e imboccando Sciara Haiti davanti al Palazzo Alitalia e giunsi finalmente a scuola in Sciara Mizran.
Una volta entrato in classe, e dopo aver salutato la professoressa e tutti i miei compagni, mi sedetti al mio banco. Mi ero portato un vocabolario italiano Zanichelli e una penna Parker di colore blu, uno dei miei colori preferiti, con la quale iniziai a scrivere le prime frasi del tema d’Italiano.
Dopo poco più di un’ora, si cominciarono ad udire dei forti schiamazzi, delle urla spaventose, e di colpo ci fermammo e iniziammo a chiedere alla professoressa d’italiano i motivi di quel fracasso. All’improvviso entrò in classe la Preside che annunciò l’interruzione dell’esame e invitò gli alunni a lasciare la scuola e farsi venire a prendere dai propri genitori.
Mi recai in segreteria per chiamare mio padre che si trovava in ufficio. Mio padre, Marcello, essendo laureato in Legge, dopo essere stato giornalista e direttore del Corriere di Tripoli, nel 1967, dirigeva uno studio notarile in Galleria De Bono, una galleria commerciale che collegava la vecchia via Costanzo Ciano e il vecchio Corso Vittorio. Papà mi disse al telefono che non poteva uscire, perché la folla scalmanata sotto il suo ufficio si era fatta sempre più grande. Le urla e l’incitamento all’odio contro gli ebrei e contro Israele si confondevano con le sirene dei vigili del fuoco. La mia famiglia era divisa in quattro parti diverse della città .
Senza pensarci due volte, non potendo più restare a scuola, e su suggerimento di mio padre, mi affrettai ad uscire con la bici, cercando di raggiungere il mio primo rifugio in pochi minuti. Le scene che avevo davanti agli occhi e soprattutto l’odore acre del bruciato sono ancora vive nella mia mente e nel mio olfatto. Mi rifugiai presso l’abitazione dei miei zii, passando in mezzo ai manifestanti, e non so con quale coraggio o con quale imprudenza, affrontai la folla inferocita che aveva già dato fuoco ai negozi degli ebrei, alle tante sinagoghe, e che aveva preso d’assalto le prime case.
Una volta raggiunto il luogo, vi rimasi quasi per tutto il giorno. Nel primissimo pomeriggio fuggimmo sul terrazzo, poiché vi era stato un tentativo di sfondamento del portone di casa, essendo stata identificata come casa di ebrei. Se fossero entrati ci avrebbero linciati tutti. Fortunatamente il tentativo fallì. Le facciate delle case e dei palazzi avevano cambiato improvvisamente colore e così anche il cielo, che da azzurro divenne color grigio piombo.
Poco prima dell’inizio del coprifuoco, mio padre con l’aiuto di un suo collaboratore berbero riuscì con la sua 850 Fiat bianca a venirmi a prendere, e di lì attraversando tutta la città che era stata messa a ferro e fuoco, ci dirigemmo dall’altra parte del centro urbano, verso est al quartiere della Dahra, all’asilo delle suore francescane per raggiungere il mio fratellino e la mia sorellina. Mia madre era rimasta da sola per tutto il giorno sotto le minacce di un gruppo di giovani libici che si erano appostati di fronte alla nostra abitazione, nella stessa strada dove era ubicata l’Ambasciata Italiana, in Sciara Uahran.
Fortunatamente in tardissima serata la nostra famiglia era di nuovo riunita sotto lo stesso tetto. Rimanemmo asserragliati in casa con le persiane chiuse per dodici giorni e stesse interminabili notti. Era come fossimo diventati all’improvviso degli ostaggi. In televisione la voce e le immagini di un prestigioso giornalista della Rai, il compianto amico Arrigo Levi, illustrava sulla cartina geografica, l’andamento e gli sviluppi delle operazioni militari che si stavano svolgendo in Medio Oriente.
Era scoppiata la «guerra dei sei giorni» tra Israele e i Paesi arabi.
Intanto a Tripoli e in altre città libiche, la caccia all’ebreo aveva già raggiunto il suo obiettivo. I morti furono diciassette. Dopo non poche peripezie per trovare dei posti su un aereo, il 17 giugno -ricordo molto bene era un sabato afoso di ghibli- riuscimmo verso il tramonto ad imbarcarci su un Caravelle dell’Alitalia, con destinazione Roma Fiumicino. Mio padre, per tutto il volo, si tenne la mia sorellina più piccola sulle sue ginocchia.
Io ero al suo fianco dalla parte dell’oblò. Sull’altra corsia mia madre con il mio fratellino più piccolo. I nostri volti erano molto provati. Fummo costretti a lasciare tutto, portandoci solo due valigie con un po’ di vestiti e biancheria intima. Ma ciò che è stato importante è aver portato in salvo le nostre vite, e così fu per tutte le quasi 5000 persone di religione ebraica che fuggirono, e si rimboccarono le maniche per ricominciare una nuova vita. Nessuno di noi divenne terrorista o rimase profugo a vita per generazioni.