la nostra storia

Lunedì 5 giugno 1944: la Capitale è libera e nasce Il Tempo

Marco Panella

Le immagini del 4 giugno ’44 echeggiano ancora. Le fotografie di Carl Mydans, poi pubblicate su Life, ma anche quelle degli sconosciuti reporter del Signal Corp americano, rimbalzate da Combat Film e cinegiornali. Immagini di libertà che sapeva di cioccolata, chewing-gum e Lucky Strike. Immagini di libertà che riprendeva Roma per mano, una Roma che non era mai stata città aperta, ma solo città occupata dai tedeschi. Una Roma ferita. Ferita dalle battaglie di San Paolo, della Montagnola e della Magliana che tra l’8 e il 10 settembre ’43 si sono portate via più di mille tra militari e civili. Ferita dagli oltre 600 bombardieri e 250 caccia americani che il 19 luglio ’43 sganciarono 4.000 bombe su San Lorenzo uccidendo 3.000 persone e ferendone altre 10.000. E pare di vederlo, Papa Pio XII uscire dal Vaticano per andare a pregare a braccia alzate al cielo, stretto tra macerie, dolore e vergogna. Ferita dall’infamia del 16 ottobre, sporcata nell’anima per il rastrellamento al Ghetto e per i 1.022 ebrei deportati nell’inferno dei campi, una tragedia che solo i 16 tornati vivi e condannati a non dimenticare poterono raccontare. Uccisa il 24 marzo ‘44, non solo ferita, insieme ai 335 delle Fosse Ardeatine. Umiliata dalla borsa nera che tutti negavano, ma che tutti erano costretti a praticare.

Le voci si rincorrevano da giorni. Gli Alleati avevano sfondato la linea Gustav, avevano passato Cassino e anche Anzio, dove erano rimasti inchiodati a lungo, e si erano messi in cammino verso Roma. L’attesa si tagliava con il coltello, anche se non tutte le voci erano tranquillizzanti perché insieme al fremito della libertà, le voci portavano anche i brividi delle marocchinate che Alberto Moravia ne «La ciociara» racconterà nel ’57. Roma era ferita e confusa. Curzio Malaparte, italiano oltre ogni genere al seguito delle truppe americane, ne racconterà l’ingresso a Roma in un capitolo de «La pelle». Tra gli episodi che racconta, quello della chiesetta del Quo Vadis sull’Appia Antica, poco prima di Porta San Sebastiano. Fermatisi lì davanti, dopo che Malaparte gli aveva spiegato la storia della chiesa e il perché del suo nome, i soldati iniziano a battere e forzare la porta per entrare quando, dalla casa di fronte si apre una finestra e una donna inizia ad urlare «Svergognati! Tedeschi puzzoni! Fij de mignotta!». Quando Malaparte le grida che sono americani, tutte le finestre della casa si aprono di botto e uomini e donne e ragazzini iniziano a gridare «Viva gli americani!».

Ecco, in quella Roma ferita e confusa, costretta a subire l’occupazione tedesca, alcuni uomini cercano lucidamente di ripensare il futuro, di immaginare una Nazione libera e capace di camminare con le proprie gambe. Tra questi, Renato Angiolillo, lucano classe 1901, giornalista a Napoli sin da subito dopo la Prima Guerra Mondiale, non allineato al fascismo al punto da limitare la sua attività di giornalista politico per dedicarsi al cinema, scrivendo sceneggiature e producendo alcuni film, conservatore e convintamente anticomunista.

Nel periodo dell’occupazione tedesca Angiolillo non si lascia scoraggiare; capisce che a Roma serve una voce diversa, un’informazione non assoggettata e allora rileva dall’editore Leproti una vecchia testata, L’Italia, per lanciarla come giornale indipendente. Durò un attimo, giusto il tempo di farla sequestrare dai tedeschi e proibirne la pubblicazione. Non è una sconfitta, ma solo una battuta di arresto. In questo periodo Angiolillo frequenta gli ambienti della clandestinità romana e matura una forte intesa con Leonida Rèpaci con il quale condivide un progetto che segnerà il loro futuro e quello dell’informazione libera italiana. I due riescono a trovare copertura economica, recuperano delle scorte di carta, stringono accordi con una tipografia fidata e arrivano pronti all’appuntamento con la storia.

La sera del 5 giugno, con gli americani entrati da un giorno in una città che li festeggia, una tipografia di piazza di Pietra inizia a far girare le macchine. Il giorno dopo, il 6 giugno, al prezzo di 50 centesimi, due pagine di informazione libera e non ossequiosa irrompono nel panorama giornalistico italiano: è nato Il Tempo. Con una linea editoriale che senza alcun indugio è apertamente di taglio conservatore e anticomunista, Il Tempo conquista subito il suo spazio. Rèpaci esce quasi subito dall’impresa, ma Il Tempo diventa una delle voci più autorevoli del panorama editoriale e in Terza Pagina ospita firme come Curzio Malaparte, Massimo Bontempelli, Corrado Alvaro, Vitaliano Brancati, Mario Pannunzio. Renato Angiolillo, che al referendum si schiera per la monarchia e che nel 1948 è eletto al Senato della Repubblica per il Partito Liberale, rimarrà alla guida del giornale nel doppio ruolo di editore-direttore per circa trent’anni, sino al 1973 quando, alla sua morte, la direzione passerà a Gianni Letta.

Da allora, da quel giorno di giugno del ’44, nelle direzioni che si sono succedute e nelle firme che lo hanno animato e animano tuttora, Il Tempo non è mai venuto meno alle premesse e alle visioni che ne hanno ispirato l’avventura. Capace di superare schemi e di lanciarsi oltre i facili conformismi, oggi Il Tempo è ancora voce libera, dissonante rispetto al coro, senza alcuna possibilità di tradire o rinunciare ai suoi principi ispiratori, aperto alla modernità di linguaggi e strumenti della comunicazione, irrimediabilmente schierato dalla parte della libertà delle idee e del confronto aperto ma, ancora e sempre, non ossequioso. Indipendente tra tanti che si accontentano di descrivere le apparenze, Il Tempo non rinuncia a scavare nelle notizie e caparbiamente a cercarle dove altri non le vedono o fanno finta di non vederle. Non è facile, non è comodo, ma la libertà non prevede tempi supplementari. La libertà ha un Tempo unico.