VIAGGIO CON DON COLUCCIA
Inferno a Tor Cervara. Droga, immigrati, degrado: ecco il covo del branco che ha stuprato la 32enne
Un posto dove si vedono e si sentono cose che non vorremmo far sentire ai nostri figli è un posto dove non dovrebbe vivere nessuno. Jack London, nel 1902, descriveva così i bassi fondi dell’East End di Londra. Oggi, con le stesse parole, si potrebbe descrivere il palazzo degli orrori di via Cesare Tallone: un edificio dannato, teatro di fatti di sangue, spaccio e, una settimana fa, lo stupro di gruppo di una trentaduenne. Ieri don Antonio Coluccia, da sempre in prima linea contro droga e criminalità, si è immerso in quell’inferno di rifiuti, cemento e violenza dove chi è emarginato dalla società ha costruito una comunità parallela e abusiva. I primi a sapere dell’arrivo del sacerdote sono le vedette che presidiano i piani alti dell’edificio, ormai ridotto auno scheletro di cemento armato. Al posto dei muri in mattoni ci sono pannelli di legno e teli, in alcuni punti anche balconi di fortuna organizzati con vecchie sedie trovate tra i rifiuti e fil di ferro per stendere i panni.
Quando don Coluccia, protetto dagli uomini della scorta, arriva all’ingresso viene guardato con sospetto dagli occupanti: alcuni lo scrutano, altri si chiedono perché la polizia sia entrata nell’edificio, qualcuno urla infastidito o si spostano verso altre uscite. Uno di loro avanza minaccioso, ma viene subito fermato: «È un ex soldato nigeriano, è saltato su una mina e ora non sta bene con la testa», racconta chi lo conosce. «Questo è un fortino, una piazza di spaccio», spiega don Coluccia.
«Oltre agli spacciatori ci sono gli assuntori, degli zombie, ma pur sempre delle persone che meritano di vivere con dignità e non in una situazione così degradante».
Poco dopo aver superato l’ingresso si sente una ragazza gridare dal primo piano: «È il prete del Quarticciolo». È italiana e conosce don Coluccia da tempo e vive nel palazzo da tre anni. «Vivo qui e ne vado fiera. Grazie a chi vive qui ho smesso con il crack», afferma mentre parla con il sacerdote che le spiega di essere venuto dopo ciò che è accaduto alla ragazza colombiana. Lei la conosce e precisa: «Questa donna veniva qui, poi si drogava e si ubriacava». Questo, certo, non cambia il fatto che il 17 maggio, secondo la versione della ragazza colombiana arrivata da Siviglia, cinque uomini l’avrebbero segregata e stuprata. Dopo essere riuscita a scappare è stata soccorsa da un passante e ha denunciato tutto.
In seguito alla testimonianza la Squadra Mobile ha arrestato i cinque: tutti africani, tutti clandestini, più volte espulsi e con diversi alias per sfuggire alle condanne penali. «Qui c’è bisogno di un intervento serio», afferma don Coluccia mentre cammina sotto i muri anneriti da un incendio. «C’è bisogno che la lotta alla droga sia una lotta culturale, ma tante volte la droga si scontra con l’emarginazione, come si osserva guardando tra queste mura».
E osservando questa città di emarginati si nota come tra quei cumuli di rifiuti e solai poco stabili ci sia una certa organizzazione interna. «All’interno si è creato un mutuo aiuto tra chi vive qui, ma è chiaro che questa non è vita», osserva don Coluccia. Tra chi si è organizzato per gestire questa comunità c’è Mohammed, un giovane gambiano che gestisce un "negozietto" all’interno dello stabile occupato. C’è tutto ciò che è necessario: spazzolini e dentifrici, salviette disinfettanti, candele per illuminare la propria baracca e olio per cucinare. Ogni giorno Mohammed lavora e con i soldi guadagnati compra le provviste che rivende nel suo spaccio alimentare. Eil palazzo degli orrori è pieno di altre persone che vivono come lui.