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Banda della Uno bianca e "livelli occulti", Fabio Savi contro il fratello: l'intervista a Quarto Grado
Torna d’attualità la parabola criminale della «banda della Uno bianca» che tra gli anni ’80 e ’90 lasciò una scia di sangue e terrore tra Emilia-Romagna e Marche. A Bologna si indaga sulle dichiarazioni di Roberto Savi, ex poliziotto e insieme al fratello Fabio uno dei capi della banda, che a «Belve» ha parlato di una presunta «copertura investigativa» garantita al sodalizio criminale e collegamenti con i servizi segreti. Il fratello Fabio Savi è stato intervistato da Francesca Carollo per lo Speciale carceri in onda questa sera, venerdì 29 maggio, a «Quarto Grado», il programma condotto da Gianluigi Nuzzi con Alessandra Viero su Retequattro.
Il detenuto racconta la genesi della banda, dai primi colpi ai caselli autostradali alla spirale di violenza. Parliamo di oltre cento rapine a mano armata, con l’uccisione di 24 persone e il ferimento di altre 115, da parte di poliziotti ed ex agenti. Uno choc per il Paese. Sul colpo in armeria a Bologna, nel 1991, citata dal fratello come prova di collegamenti con apparati dello Stato, Savi afferma che si trattò di una rapina finita con due cadaveri a terra. «Entrammo per rubare delle armi», afferma, «poi di quel fatto si sono dette le cose più assurde: complotti e servizi segreti». Gli viene chiesto se ha mai avuto la sensazione di essere protetto da qualcuno. «Protetto da chi? Non c’è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni». E ancora: «Ho scritto alla Procura chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare». Savi esclude «livelli occulti», nega i frequenti viaggi a Roma («i turni del servizio non lo permettevano») e sostiene che «sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla». Ecco ampi stralci dell’intervista in onda stasera:
Lei per anni ha vissuto due vite: meccanico di giorno e membro della Uno Bianca di notte. Ma qual è la verità su Fabio Savi?
«Lo dissi già una volta: dietro all’Uno Bianca c’erano una targa, un paraurti e fanalini».
Per sette anni avete seminato il terrore tra Emilia-Romagna e Marche. Oggi, Savi, che nome dà a quello che avete fatto?
«Follia. Però bisogna partire dall’inizio, perché noi non abbiamo iniziato a compiere rapine così. Io avevo un’attività aperta con sacrificio, avevo raggiunto il mio sogno, lavoravo per una nota casa motociclistica. Poi in un brutto mese vidi una busta nella cassetta della posta: mi comunicavano che avevano ottenuto dal tribunale l’amministrazione controllata per quattro anni. Tutti i pagamenti congelati. Io avevo rate da pagare, cambiali in scadenza. Improvvisamente mi ritrovai coperto di debiti per comprare attrezzature e pezzi. Non so quella volta quanto piansi».
La prima rapina, quella al casello di Pesaro: pensava fosse l’ultima?
«Sì. Però poi non era venuto nessuno a prendermi. E allora ho pensato: magari una seconda si potrebbe fare».
Quando capisce che non è più un’azione sporadica ma sta diventando qualcosa di più grande?
«Non molto tempo dopo. Quando le rapine hanno cominciato a susseguirsi una dietro l’altra, addirittura anche un paio per sera».
Facevate due rapine a sera?
«Sì, perché mentre le forze dell’ordine correvano a un casello, noi sapevamo di non trovarle all’altro casello».
Alla fine, agivate soprattutto voi tre. Quando si allarga la banda?
«Agivamo noi tre e si allargò successivamente con l’entrata di altri complici».
Torniamo all’inizio. Lei, Roberto e Alberto: che rapporto c’era tra voi?
«Un rapporto morboso, troppo stretto, non sano. La mia famiglia si spostava spesso per lavoro. Mio padre prima faceva il camionista, poi ha lavorato in aeroporto. Noi arrivavamo sempre da forestieri, eravamo gli ultimi arrivati. I nostri amici eravamo noi tre».
Se le avesse detto di ammazzare qualcuno, lei lo avrebbe fatto?
«Sì. Poi dopo magari gli avrei chiesto perché».
Come mai smettete di rapinare i caselli?
«Perché avevamo insistito troppo. Le forze dell’ordine facevano appostamenti e si nascondevano nei caselli per aspettarci. Abbiamo deciso di fermarci e cambiare obiettivo».
Da dove nasce questo livello di violenza?
«La violenza che cresce in noi, perché a un certo punto non è la rapina che porta, siamo noi che siamo più portati a sparare. Da una situazione che era degenerata, come una macchina in discesa senza freni e prima o poi deve trovare un muro dove fermarsi. E il muro l'abbiamo trovato».
Ricorda il primo omicidio?
«Li ricordo tutti, ma non voglio parlarne».
Ricorda il volto delle vittime?
«Sì. Non tutti perché di tanti non ne so nulla, ma sì».
Il 4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Tre carabinieri uccisi: Ottavio Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Cosa ricorda di quella notte?
«Ricordo tutto. Fummo sorpassati, si accesero gli stop della loro macchina. Roberto si sporse dal finestrino temendo che ci fermassero e sparò alcuni colpi. Pensammo avessero chiamato rinforzi. Nella nebbia sentivamo motori ad alta velocità. Volevamo fare inversione e andarcene, ma prima della traversa che volevamo imboccare c’erano loro. Evidentemente uno dei colpi aveva ferito l’autista. Erano fuori dalla macchina e iniziarono a sparare».
Per la strage del Pilastro furono accusati altri innocenti, i fratelli Santagata con dei complici. Non si sentiva in colpa?
«Piacere non faceva. Infatti, quando abbiamo avuto l’ergastolo definitivo, la prima cosa che feci fu scagionare quelle persone. Quando vidi Pietro Santagata uscire dal carcere e il padre piangere di gioia in televisione, avrei voluto fosse mio padre».
Il 21 maggio 1991, in via Volturno a Bologna, vengono uccisi Licia Ansaloni e Pietro Capolungo. Cosa successe?
«Entrammo per rubare delle armi. Probabilmente Capolungo vide mio fratello. Mise la mano sotto il banco, schiacciò l’allarme e disse: ‘Adesso arrivano, adesso ti arrestano’. A quel punto gli sparai. Poi la signora disse mentre stavamo andando via: ‘Hai l’accento riminese, ti prenderanno’. Disse la frase sbagliata. Non mi rimaneva altra scelta. Poi di quel fatto si sono dette le cose più assurde: complotti e servizi segreti».
Suo fratello e un complice fanno esplodere un ordigno.
«Sì, esplode l’ordigno, ma non erano entrati con l’intento di farlo esplodere dentro la posta, perché avrebbero potuto farlo esplodere dall’esterno, esattamente nel settore blindato».
Quindi qual era l’intento?
«L’intento era una minaccia. Solo che Gugliotta iniziò a sparare per aria all’interno dell’ufficio. Io vidi la gente uscire, per me fu un errore. Si generò il panico e lì venne fuori questa cosa».
C’era una strategia del terrore dietro?
«No, nessuna strategia del terrore. Lì c’era un miliardo e mezzo da prendere. E basta».
In 103 episodi avete lasciato una sola impronta e una sola immagine. Vi sentivate più furbi di chi vi cercava?
«Sì».
Lei disse al pubblico ministero Paci che non si riconosceva neanche in quell’immagine.
«No, io portavo sempre la barba».
Loro dissero che in quell’immagine si vedeva il suo volto.
«No».
Qual è stato l’errore fatale che ha portato alla vostra cattura?
«Credo che qualcuno ci abbia visto fare un cambio macchina dopo una rapina. Ci riconobbe e collegò tutto».
Gli atti raccontano che furono due poliziotti a seguirvi.
«Il loro ragionamento ci sta. Fare appostamenti come facevamo noi non fa una grinza».
Lei ha mai avuto la sensazione di essere protetto da qualcuno?
«No. Protetto da chi? Non c’è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni».
Il magistrato Daniele Paci ha sempre escluso coperture. È d’accordo?
«Sì. Massimo rispetto per lui. Ha fatto il suo lavoro correttamente».
Quando si scopre che i responsabili sono poliziotti è uno shock. Avevate mai pensato a questa possibilità?
«No. Non ci ho mai pensato».
Oggi cosa pensa di casi di poliziotti che tradiscono la divisa?
«Se è vero, è una divisa sporca. Io ho 32 anni di galera e non posso dire nulla a nessuno».
Sotto questo stesso tetto, a qualche decina di metri da lei, c'è anche suo fratello Roberto. Oggi in che rapporti siete?
«Non abbiamo rapporti».
Come mai?
«Proprio per quel rapporto che c’era: un rapporto talmente tossico che non ha lasciato più niente».
Si è sentito tradito da suo fratello Roberto?
«Un pochino sì. Il rapporto ormai è rotto e rimane rotto. Non gli auguro tutto il bene. Poi quello che dice non lo so, perché siamo in carcere e me lo vengono a dire».
Dopo tutto quello che ha detto le faccio una domanda semplice: se tornasse indietro lo rifarebbe?
«No».
E allora perché non si è fermato?
«Bella domanda… me la faccio anch’io tante volte».
Perché ha deciso di parlare oggi?
«Perché sono trent’anni che tutti parlano di me. Sono stato descritto in tutti i modi. Io non avrei mai voluto essere quel Fabio di quei sette anni. Ma quel Fabio non c’è più, non esiste più».
Cosa ha fatto in questi 32 anni?
«Mi sono trovato in un mondo che non conoscevo. Dopo tre anni e mezzo di isolamento ne uscii perché vedevo le palle di luce volare, vedevo le ombre dietro le spalle. E andai in sezione. Fino al giorno in cui mi ritrovai seduto per terra con due confezioni di vino, ubriaco, e mi dissi “che cosa stai facendo?”. Buttai via le confezioni e mi misi a studiare, a inquadrare la situazione e il percorso che avrei dovuto compiere. Dovevo reagire: o mi lasciavo morire o reagivo. Ho iniziato a studiare, ho sempre basato tutto sull’informatica e cybersecurity, fino ad arrivare alla certificazione in cybersecurity. Successivamente mi fu proposto un corso per progettazione su AutoCAD».
Suo figlio che cosa prova per lei?
«Mi vuole bene. Vedo un ragazzo che ho condannato a crescere senza padre che ormai si è fatto uomo e che ho lasciato all'asilo».
Che cosa le dice suo figlio?
«Mio figlio mi disse una cosa una volta: ricordati che la prima volta che hai sparato, hai sparato a me. Perché non ci sono mai potuto essere per i suoi giorni più importanti. Non c'ero primo giorno di scuola, non c'ero alle superiori, quando si era laureato, Non c'ero mai. Non c'ero quando si è sposato».
Lei oggi quando pensa alle vittime che cosa pensa?
«Sono delle persone che non ci sono più. Mi tormentano perché non avrebbe dovuto essere così, pagano per sempre. Si è parlato tanto delle scuse, delle mancate scuse, ma io a queste persone non ho pestato un piede per chiedergli scusa. Sono almeno vent’anni che mi esortano a scrivere una lettera di scuse. Non l'ho mai fatto perché per una lettera ci impiegherei cinque minuti a scriverla. Avrebbe tutto il sapore di essere utilitaristico, strumentale. Quindi, mi sono affidato alle Istituzioni e ho iniziato, prima, un percorso di giustizia riparativa; poi un percorso di mediazione penale. Hanno contattato dapprima persone vicine all'associazione…».
Dei familiari delle vittime?
«Sì. C’è stato un netto rifiuto da parte loro. Hanno tutta la ragione del mondo, li capisco. Al posto loro probabilmente mi comporterei nello stesso modo. Però ritengo che se ci fosse stato un confronto sarebbe stato utile sia a me che a loro. Posso solo cercare di essere migliore, cercare di lasciare una porta aperta nel caso volessero… Senza tormentarli, senza essere invadente. Se loro vogliono, io sono qua».
Lei mi ha raccontato tutta la verità in questa intervista?
«Sì. La verità che poi è riscontrabile negli atti. E se ci fossero dei dubbi, ho scritto alla Procura della Repubblica chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare. Tutto è già stato detto. L’importante è che loro vogliano veramente stabilire una verità e che sia quella. Dal momento che ancora insistono, dopo 32 anni, su livelli occulti, su viaggi di mio fratello a Roma… Come poteva stare tre giorni a Roma tutte le settimane quando ci sono i turni del servizio che non lo permettevano? Come poteva avere dei contatti? Sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla».
Per “nulla” lei intende nessuna collusione con apparati dello Stato?
«Assolutamente no».
Ha paura di questa nuova inchiesta?
«Non ho paura perché non ho nulla da nascondere».
Come si sente di fronte a quelle che lei considera bugie di suo fratello?
«Mio fratello dovrebbe fare un esame di coscienza, dovrebbe ricordare in primo luogo come si è comportato lui persino verso i suoi stessi fratelli e mi fermo qui perché non voglio scendere a livelli che non mi appartengono».
C’è qualche cosa che vuole dire a suo fratello?
«No. assolutamente nulla».
Lo considera un traditore?
«A quanto pare».