I FERITI

Giovani emarginati arrabbiati. Così reclutano i terroristi

Francesca Musacchio

Il disagio non assolve, non attenua e non spiega da solo. Può però diventare il terreno su cui il terrorismo jihadista pesca, seleziona e orienta soggetti vulnerabili, isolati, frustrati, marginali o in rotta con la propria storia personale. È il punto più delicato nelle verifiche aperte dopo i fatti di Modena e l’arresto del 15enne tunisino a Firenze. Nel caso di Salim El Koudri, gli inquirenti lavorano per capire se il gesto sia rimasto dentro il perimetro di una violenza individuale, forse legata a un disagio psichico, o se quella rabbia abbia incrociato contenuti, contatti o simboli capaci di trasformarla in azione di matrice ideologica. La Procura, allo stato, non ha contestato l’aggravante terroristica, né l’odio razziale, né la premeditazione. Le motivazioni dell’azione non sono ancora accertate. Saranno gli inquirenti a stabilire se esista un movente ulteriore, se vi siano legami con ambienti radicali o seil fatto resti fuori dal terrorismo. La domanda investigativa, però, è già sul tavolo: qualcuno ha orientato, rafforzato o legittimato quella rabbia? Oppure El Koudri ha assorbito da solo contenuti estremisti fino a interpretarli come giustificazione dell’azione? È la zona grigia del gesto ibrido. È lo schema che da anni preoccupa le intelligence europee.  Non una cellula strutturata, non sempre un ordine dall’estero. Non necessariamente un reclutatore identificabile. Spesso un soggetto è solo nell’esecuzione, ma non sempre nel percorso di radicalizzazione. La propaganda jihadista lavora anche così: intercetta fallimenti, frustrazioni, isolamento, vulnerabilità sociale o psichica e offre una cornice. Trasforma un disagio privato in missione, una rabbia personale in vendetta, un fallimento in appartenenza, una violenza in martirio. 

A New Orleans, il primo gennaio 2025, Shamsud-Din Jabbar lanciò un pick-up contro la folla su Bourbon Street, uccidendo quattordici persone e ferendone decine, prima di essere neutralizzato dalla polizia. Nel veicolo fu trovata una bandiera dell’Isis. Nelle ore precedenti l’attacco aveva pubblicato video in cui dichiarava il sostegno allo Stato islamico. L’Fbi lo ha indicato come «ispirato al 100% dall’Isis», pur escludendo, allo stato delle indagini, un coinvolgimento operativo esterno. È il modello dell’attentatore che agisce da solo, ma dentro una cornice ideologica riconoscibile. Il caso Axel Rudakubana, a Southport, segna invece il confine opposto. Il giovane autore della strage del luglio 2024 era stato segnalato tre volte al programma britannico Prevent per il suo interesse verso la violenza e i massacri scolastici. Dopo l’arresto emersero materiali estremi e un profilo già noto a più servizi. Eppure, le autorità britanniche non qualificarono il caso come terrorismo perché non individuarono una motivazione ideologica chiara.

Il nodo non era l’orrore del gesto, ma l’assenza di una matrice politica, religiosa o terroristica accertata. È questa distinzione che pesa anche a Modena. Per questo gli investigatori cercano eventuali convergenze su contatti, adesioni simboliche, riferimenti al martirio, consumo reiterato di propaganda, scelta di un obiettivo, eventuali istruzioni, denaro, ricerche, appunti, luoghi, date, nomi. Il caso del quindicenne tunisino arrestato a Firenze resta dentro questo quadro. In quel contesto l’accusa è diversa e più esplicita: arruolamento con finalità di terrorismo internazionale, contatti con account riconducibili al Daesh, immagini di terroristi islamici noti, messaggi su possibili luoghi da colpire e interesse per la ricerca di armi. «Un soggetto pericoloso capace di commettere atti gravi», perché non avrebbe «mutato le proprie pericolose convinzioni ideologiche» e avrebbe proseguito «l’opera di proselitismo anche durante il regime di messa alla prova». Il minorenne tunisino, che durante l’interrogatorio si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere, arrivato in Italia da tre anni, era già stato collocato in comunità a ottobre per la stessa ipotesi di reato. Secondo gli investigatori, dal giorno successivo avrebbe ripreso i contatti social, collegati a una nuova utenza intestata a lui, con account riconducibili al Daesh. La responsabilità dovrà essere accertata, ma per gli investigatori la traiettoria digitale aveva superato la propaganda e stava entrando in una zona operativa al punto da giustificarne l’arresto.