L'intervento
Modena è un sintomo della crisi culturale, religiosa e politica che attraversa l'Europa
Ogni volta che il terrorismo colpisce l'Europa, il riflesso più immediato è quello dell'emergenza, ossia quello di parlare del nome dell'attentatore, il luogo, il numero delle vittime, le dichiarazioni ufficiali, le rassicurazioni istituzionali. Poi, lentamente, tutto rientra nel flusso ordinario delle notizie. Si archivia il fatto come un episodio isolato, una deviazione individuale, un gesto di follia. Eppure, dietro ogni attento, rimane una domanda che l'Occidente continua a rinviare: quanti segnali ancora servono prima di avere il coraggio di guardare il problema nella sua profondità? Modena non è soltanto un fatto di cronaca. È un sintomo di una crisi culturale, religiosa, spirituale e politica che attraversa l'Europa da decenni e che troppo spesso viene affrontata con slogan, semplificazioni o rimozioni collettive, spiegazioni semplici, rassicuranti, spesso autoassolutorie. Il terrorismo non nasce né nel vuoto né dal vuoto. Nessun giovane si trasforma improvvisamente in una macchina di odio senza un terreno ideologico che lo prepara, lo nutra e lo giustifichi. Dietro ogni violenza sistematica esiste sempre una narrazione capace di disumanizzare l'altro, di trasformare il diverso in nemico, il dissenso in colpa, la morte in dovere morale o religioso. Questo meccanismo non appartiene esclusivamente all'islamismo ma attraversa tutta la storia umana. Ogni ideologia assolutizzata politica, etnica, religiosa o culturale quando pretende di possedere la verità totale, finisce per generare esclusione, fanatismo e violenza.
Tuttavia, riconoscere questa dimensione universale non significa negare l'evidenza concreta dei fatti contemporanei. Gran parte degli attentati terroristici compiuti negli ultimi decenni in Europa, negli Stati Uniti, in Africa e nello stesso Medio Oriente sono stati rivendicati o ispirati da movimenti jihadisti che utilizzano la stessa identica credenza come fondamento ideologico della violenza.
Ignorare questo dato per paura di essere accusati di islamofobia, di intolleranza non contribuisce alla pace, al contrario, impedisce un'analisi seria del problema. È drammatico constatare che molti attentatori non provengono da terre lontane. Sono spesso giovani nati e cresciuti in Europa, educati e laureati nelle scuole occidentali, perfettamente integrati sul piano linguistico e sociale. Eppure, dentro di loro cresce un sentimento di estraneità, di rifiuto, talvolta di odio verso la società che li ha accolti. Ridurre tutto la povertà, il disagio sociale o la marginalizzazione sarebbe stupido. Milioni di persone vivono difficoltà economiche senza trasformarsi in terroristi. Occorre allora interrogarsi sul ruolo delle idee. Le idee contano. Le parole contano. Le narrazioni religiose, culturali e identitarie contano. Quando un giovane cresce ascoltando che il mondo è diviso tra puri e impuri, credenti e miscredenti, amici di Dio e nemici da combattere, la sua coscienza viene lentamente deformata. Quando la fede smette di essere ricerca spirituale e diventa strumento identitario assoluto, il rischio della radicalizzazione aumenta enormemente. Ma sarebbe troppo semplicistico fermarsi qui, attribuendo tutta la responsabilità all'ideologia di Allah. Anche l'Occidente deve interrogarsi sulle proprie contraddizioni. Per anni l'Europa ha oscillato tra due errori opposti. Da un lato un multiculturalismo ingenuo, incapace di chiedere una reale adesione ai valori fondamentali della convivenza democratica. Dall'altro una crescente frammentazione sociale che ha prodotto isolamento, perdita di identità e vuoti, religiosi e spirituali culturali facilmente occupabili dagli estremismi.
Una società che smette di credere nei propri valori fatica anche a trasmetterli. Libertà religiosa, uguaglianza tra uomo e donna, dignità della persona, libertà di coscienza, diritto di cambiare fede o di non professarne alcuna...questi non sono principi occidentali da negoziare secondo convenienza politica, ma conquiste universali dell'umanità che devono valere per tutti, senza eccezioni culturali o religiose. Il problema nasce quando, per paura del conflitto o per relativismo culturale, si rinuncia a difendere tali principi con chiarezza e fermezza. Nessuna tradizione religiosa può giustificare il matrimonio minorile, la persecuzione dell'apostasia, la violenza contro le donne o l'incitamento all'odio verso chi crede diversamente. Difendere la dignità umana significa avere il coraggio di criticare ogni idea che la neghi, anche quando si presenta rivestita di linguaggio sacro. In questo senso, il terrorismo rappresenta soltanto la punta estrema di una crisi più profonda. La crisi della verità e della responsabilità. Ogni civiltà tende a costruire narrazioni che la assolvano. L'Oriente radicalizzato giustifica talvolta la violenza in nome di Allah, ma l'Occidente, invece, rischiando spesso di rifugiarsi nell'autogiustificazione opposta, quella che minimizza, relativizza o nega per non affrontare le proprie paure ei propri fallimenti. Esiste infatti una forma di cecità volontaria adottata da molte società contemporanee, si preferisce chiamare «episodio isolato» ciò che manifesta una dinamica strutturale. Si riduce il terrorismo a semplice squilibrio psicologico per evitare di affrontare le radici culturali, religiose e ideologiche.
Si evita ogni discussione seria per timore delle polarizzazioni politiche. Ma negare un problema, non lo rende meno reale. Il rischio più grande è abituarsi alle sirene, agli attenti, alle vittime casuali, alle città blindate. Abituarsi a vivere nella convinzione che il terrorismo sia ormai un elemento permanente del paesaggio contemporaneo. Quando una società si abitua alla paura, ha già iniziato a perdere sé stessa. La risposta non può essere né l'odio né la guerra contro interi popoli o religioni. Sarebbe esattamente la vittoria dell’estremismo. La vera sfida consiste nel costruire una cultura capace di distinguere tra fede e fanatismo, tra libertà religiosa e ideologia violenta, tra accoglienza e ingenuità, tra tolleranza e rinuncia ai propri principi fondamentali. Modena è soltanto un sintomo. Non perché il futuro sia inevitabilmente destinato al sangue, ma perché ogni sintomo ignorato tende ad aggravarsi. Le società si salvano soltanto quando trovano il coraggio di guardare in faccia le proprie ferite senza mentire a sé stesse.
*Presidente della Fondazione Bambino Gesù del Cairo