Guardia di Finanza

"Sottovalutati tutti gli allarmi. Così la Cina è entrata nella plancia di comando". Intervista a Paolo Costantini

La Cina viene spesso descritta come una potenza che usa commercio, finanza e investimenti come strumenti di pressione geopolitica, estendendo la propria influenza ben oltre il piano strettamente economico. Dietro le acquisizioni nei porti, nella logistica, nell’energia e nelle telecomunicazioni c’è una strategia economica oppure una vera operazione di penetrazione strategica dello Stato cinese in Europa?


«Apparentemente molte operazioni di acquisizione sono state presentate, dagli attori cinesi, come diversificazione e investimenti - spiega a Il Tempo Paolo Costantini, generale della Guardia di Finanza in congedo ed esperto di intelligence Economica e Finanziaria - In realtà la strategia imperialista del Partito Comunista Cinese pianifica e giustifica acquisizioni cosiddette “strategiche” e di controllo con assoluta precisione e pianificazione di medio-lungo periodo. L’Europa, in questo, risulta perdente, perché non ha una strategia unitaria ne una visione a medio-lungo periodo. Strumenti come il Buy Europe sono soltanto tardive pezze calde verso un malato cronico».

Nel modello cinese esiste davvero distinzione tra imprese private, aziende di Stato e apparato di intelligence, oppure tutto risponde in ultima istanza agli interessi del Partito Comunista Cinese? Quanto pesa la National Intelligence Law del 2017 in questo sistema?


«Esiste ed è evidente l’iniziativa imprenditoriale privata in Cina e, formalmente, la distinzione con le aziende di Stato è palese. Ma laddove le imprese rivestono un ruolo strategico (e il concetto di “prodotto strategico” in Cina è molto più ampio di quello conosciuto in Europa), lo Stato diventa protagonista assoluto. In questo è ovvio che gli apparati di intelligence cinesi, anche grazie agli accresciuti poteri conferiti dalla N.I.L. del 2007/2008, hanno “preso in mano” in modo deciso e netto le operazioni industriali e commerciali, nonché finanziarie, al fine di preservare gli interessi assoluti del Paese. Commentare la N.I.L. del 2007/2008 sarebbe molto utile, in questo senso, al fine di far comprendere la reale portata dell’intelligence cinese sull’economia locale, ma soprattutto globale».

Come funziona concretamente l’intelligence economico-finanziaria cinese? Quali sono i meccanismi attraverso cui Pechino raccoglie informazioni, costruisce relazioni di influenza e individua obiettivi strategici all’estero attraverso banche, aziende, università, fondi e reti commerciali?


«Se vogliamo limitarci alla citata National Intelligence Law, lo spaccato che ne emerge dalla lettura ci fornisce una chiara visione sulla metodologia operativa e sugli obiettivi dell’intelligence cinese. La cosa che meraviglia in questo caso è la “sfacciata” esibizione di forza che lo Stato cinese dimostra mettendo nero su bianco articoli di legge come l’articolo 7 (obbligo di cooperazione), oppure la previsione normativa dell’applicazione dei dettami di questa legge non solo all’interno del Paese, ma anche (e soprattutto) al di fuori di esso. La data di promulgazione di questa legge non è casuale: essa nasce, infatti, nel momento più debole dell’economia occidentale (2007/2008), quando la Cina ha preso atto che il ciclo dominante statunitense stava terminando».

In Italia la Cina ha costruito relazioni con politica, università, imprese e mondo finanziario. Quali sono stati, negli anni, i principali canali di influenza utilizzati da Pechino e quanto è stato sottovalutato il problema dalle istituzioni italiane?

«Rispondere a questa domanda mi pone in una posizione di imbarazzo, specie con riguardo alla sottovalutazione da parte delle istituzioni italiane. Purtroppo i molti "warning" che le Agenzie di intelligence italiane hanno lanciato negli anni verso le istituzioni e i Governi che si sono succeduti, non hanno sortito l’effetto sperato. La Cina, al contrario, è entrata in Italia in settori strategici avendo quello “sguardo lungo” che non abbiamo compreso in pieno. I canali di influenza sono sempre gli stessi, e sono quelli tipici delle strutture di intelligence: individuazione degli anelli deboli, come ad esempio aziende strategiche o potenzialmente strategiche con capitalizzazione debole e familiare, analisi dei potenziali talenti presenti sul territorio nazionale nei vari settori, partiti politici in affanno finanziario o nascenti. La sottovalutazione è stata tanta».

Dopo il ridimensionamento della Via della Seta e il rafforzamento del Golden Power, la Cina avrebbe cambiato approccio: meno esposizione pubblica e più presenza silenziosa nei gangli economici e tecnologici. Oggi il rischio principale è ancora l’investimento visibile oppure la costruzione di reti di dipendenza meno percepibili ma più profonde?

«Direi di più. Se possiamo credere alla favoletta che inizialmente la Cina investiva per diversificare e ottenere dividendi da società italiane che promettevano buone crescite finanziarie degli investimenti, oggi la Cina é più allettata dal cosiddetto “dividendo cognitivo”, ossia entrare in plancia di comando della partecipata italiana e trasferire il know how industriale direttamente in Cina, specie se si tratta di imprese con profili dual use. In queste ore, si sta consumando un caso molto evidente di questo cambio di indirizzo: la Partecipazione in Ferretti, gigante della nautica da diporto (all’epoca dell’investimento settore sconosciuto e non praticato dai cinesi), sta mutando in una operazione dual use con il tentativo di portare una parte di tecnologia nautica in Cina. La Golden Power, a mio avviso, se esercitata tardivamente può solo danneggiare l’economia nazionale perché andrebbe, a mio avviso, coadiuvata con una preventiva azione di intelligence al fine di individuare prima le criticità per poi intervenire con lo strumento normativo».