La proposta
L'Islam politico avanza ma chi vuole restare in Italia rispetti Costituzione
L’Italia non è ancora la Francia, non è il Regno Unito, non è la Germania. Ma proprio per questo ha ancora il tempo di evitare gli errori che altrove hanno prodotto fratture sociali difficili da ricomporre. Il tema non è la libertà religiosa, che resta un pilastro non negoziabile dello Stato costituzionale. La domanda è un altra: fino a che punto una democrazia può accogliere, tollerare o finanziare modelli culturali che negano i suoi stessi presupposti? Parità tra uomo e donna, libertà personale, laicità dello Stato, tutela dei minori, ripudio della violenza, non sono opinioni tra le altre. Sono il fondamento della nostra convivenza civile. Sono i nostri valori non negoziabili, quelli che abbiamo conquistata attraverso secoli di lotta. E pare davvero paradossale che oggi chi sia disposto a svenderli, tutto per qualche manciata di voti in più, sia proprio chi si è appropriato di «bella ciao», un canto simbolo della lotta partigiana per le libertà. Certo, in Italia la presenza musulmana non ha ancora il peso politico che ha assunto in altri Paesi europei. Secondo le stime Ismu, al 1° gennaio 2025 in Italia le persone di fede mussulmana, sono circa 1,7 milioni, oltre il 30% dell’intera popolazione straniera residente. Si tratta di una presenza significativa, ma ancora frammentata per nazionalità, lingua, provenienza, livello di integrazione e status giuridico.
Ma un confronto con le altre comunità straniere presenti nel nostro Paese aiuta a comprendere meglio la natura del problema. Secondo il Rapporto Onc-Cnel sull’immigrazione 2025, al 1° gennaio 2025 si stimava la presenza di circa 5,4 milioni di cittadini stranieri residenti in Italia, pari al 9,2% della popolazione totale con un incremento del 3,2% rispetto all’anno precedente. Oltre il 58% degli stranieri concentrato nel Nord Italia. I dati venivano confermati anche Istat e Fondazione Ismu. Se oggi sommassimo i quasi 6 milioni di stranieri tra residenti ed irregolari, ai circa 1,5 - 2 milioni di nuovi cittadini italiani (di origine straniera), la popolazione di origine immigrata in Italia supererebbe i 7,5-8 milioni di persone. Ed è destinata a crescere. Di questi circa 1.750.000 sono i residenti di Area Islamica (Marocco, Egitto e Bangladesh tra le comunità principali). Invece 290.000 sono i cinesi, concentrati soprattutto in Toscana e Lombardia, ma per i quali la Cina non permette la doppia cittadinanza, e in pochi sarebbero disposti a perdere quella cinese, a cui sono tradizionalmente molto legati.
Infine l’area Cristiana/Ue con circa 2.500.000, guidata da Romania (oltre 1 milione) e Ucraina, a cui si sommano i residenti delle comunità latinoamericane (Perù, Ecuador, Brasile). In Italia al primo gennaio 2025 è stato stimato che gli stranieri in Italia siano circa 8 milioni pari al 9,2% della popolazione superano complessivamente le 400.000 unità e le altre comunità del Sud-Est asiatico, non mussulmane, come quella Filippina che supera le 150.000 unità. Anche il 58% degli immigrati di fede mussulmana è concentrata al Nord. Si tratta quindi di numeri importanti, che mostrano come l’Italia sia già una società profondamente plurale. Eppure, ciò che emerge è una differenza sostanziale. Sono solo le comunità islamiche che hanno sviluppato rivendicazioni politiche o religiose organizzate nei confronti dello Stato italiano. La comunità cinese, ad esempio, è tra le più consolidate e strutturate dal punto di vista economico ed imprenditoriale, eppure non ha mai avanzato richieste di modifica dell’ordinamento giuridico o di riconoscimento di norme culturali alternative. Questo non significa che non esistano criticità o sacche fisiologiche di illegalità. Ma la differenza è evidente: quella cinese come le altre comunità non si sono mai poste, in modo strutturato, una questione di compatibilità tra valori culturali di origine e principi fondamentali dello Stato. È su questo punto che il dibattito deve essere onesto.
Non tutte le dinamiche migratorie sono uguali, non tutte producono le stesse tensioni, non tutte richiedono le stesse risposte. Riconoscere queste differenze non è discriminazione. È realismo Ma esiste un vero partito islamico italiano? La risposta è no. «Forse no, ma esistono a livello locale segnali preoccupanti: liste civiche locali, candidature tutte di partiti della sinistra, che per qualche voto in più non si rendono conto che stanno svendendo i nostri valori conquistati con grandi sacrifici dai nostri padri». Afferma Simone Carabella, un attivista molto popolare da anni impegnato, soprattutto nella Capitale, insieme ad un gruppo molto nutrito di persone a liberare piazze di spaccio e di degrado, richiedendo l’intervento delle forze dell’Ordine. «È facile cadere nella retorica dandomi del fascista o dell’estremista di destra. Ma io sono solo un estremista della legalità e del rispetto dei nostri valori», aggiunge. Associazioni espressione dunque, quelle segnalate, di comunità religiose o nazionali, associazioni che cominciano a strutturare una rappresentanza pubblica. Il fenomeno è ancora limitato, ma non va sottovalutato.
«Una parte della sinistra - ha osservato Mario Sechi - ha spesso guardato con indulgenza, quando non con calcolo, alla nascita di associazioni identitarie legate a comunità straniere, senza cogliere il rischio che queste possano trasformarsi in soggetti di pressione politica». Il risultato, ha avvertito «è quello di alimentare dinamiche che nel tempo possono sfuggire di mano». La politica, prima o poi, intercetta ogni bacino elettorale organizzato. Ma sarebbe ingenuo pensare che una presenza crescente non generi, nel tempo, richieste, istanze, negoziazioni. Il punto non è impedire ai cittadini musulmani di partecipare alla vita pubblica. Sarebbe contrario alla Costituzione e alla stessa idea che abbiamo di democrazia. Il punto è chiarire che la partecipazione politica non possa diventare il veicolo per introdurre, direttamente o indirettamente, regole comunitarie incompatibili con i nostri valori condivisi in Europa. Pressioni sulle donne, matrimoni combinati o forzati, controllo familiare sulle minori, rifiuto della laicità, predicazione ostile all’integrazione. Gli esempi dei nostri vicini europei dovrebbero bastare.
In Francia, orgogliosa di un suo modello politico e sociale di laicità rigida, la presenza musulmana è più radicata e numerosa. Recenti rapporti governativi hanno rilanciato il tema dell’islamismo politico e della sua possibile influenza su scuole, moschee e associazioni, con un dibattito acceso sul rapporto tra Islam organizzato e valori repubblicani. E le frizioni sociali sono sotto gli occhi di tutti. Nel Regno Unito, il multiculturalismo ha consentito a lungo una convivenza più elastica, ma ha anche favorito forme di comunitarismo e sistemi informali di pressione sociale che oggi chiedono il conto, con tensioni sociali e bruschi dietro front difficili da sostenere. In Germania, modelli sociali islamici, con l’integrazione economica non hanno sempre impedito la formazione di aree culturali separate. Hanno preoccupato il governo tedesco e l’opinione pubblica fenomeni come la Sharia Police, gruppi organizzati che avvicinavano, con una sorta di uniforme, giovani musulmani fuori da sale giochi e discoteche, intimando di non bere alcolici, non ascoltare musica occidentale e non giocare d'azzardo. O come Muslim Interaktiv, gruppo accusato di attività anti-costituzionali e di voler instaurare un califfato. O, ancora, l’esistenza di «No-go zones», quartieri periferici di città come Dortmund o Amburgo, dove la polizia faticherebbe a intervenire e sostanzialmente sottratte alla legge dello Stato.
L’Italia ha oggi davanti una scelta: aspettare che le tensioni esplodano, per poi reagire con divieti e conflitti, oppure fissare fin d’ora regole chiare. Non contro una religione, ma a difesa dei nostri valori costituzionali. L’idea potrebbe essere quella di un Patto di Lealtà Costituzionale. Non un atto simbolico, ma un impegno formale richiesto a chi ottiene o rinnova un titolo di soggiorno o invoca la protezione internazionale e a chi chiede la cittadinanza. Un "Patto" costruito come condizione di permanenza, collegata al rispetto dei valori dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea e dei principi fondamentali della Costituzione italiana: pari dignità, libertà personale e religiosa, laicità dello Stato, ripudio della violenza. L’Italia conosce già uno strumento simile: l’Accordo di integrazione, previsto per molti stranieri che richiedono un permesso di soggiorno di durata non inferiore a un anno. Ma si tratta di un meccanismo prevalentemente amministrativo, linguistico e civico, non di un vero patto valoriale con effetti giuridici robusti. Si tratta di una proposta che deve essere costruita bene. Non si parla di punire un’opinione, né di revocare un permesso per una generica "incompatibilità culturale". Il diritto costituzionale impone determinatezza, proporzionalità, contraddittorio e controllo giurisdizionale. Ma si può e si deve intervenire sulle condotte concrete: coercizione su donne e minori, istigazione alla violenza, propaganda contro l’uguaglianza, pratiche familiari incompatibili con la libertà personale, rifiuto attivo delle regole civili comuni.
Un Patto di Lealtà Costituzionale che deve assolvere a tre funzioni. La prima educativa: chi entra stabilmente in Italia deve conoscere i principi fondamentali della Repubblica. La seconda preventiva: chi manifesta condotte incompatibili con tali principi deve sapere che il soggiorno non è un diritto incondizionato. La terza politica: riaffermare che l’accoglienza non può trasformarsi in rinuncia alla nostra identità costituzionale. Una democrazia liberale non deve avere paura della diversità religiosa. Ma deve avere paura della propria debolezza. Perché «una società che rinuncia a difendere la propria identità e i propri valori rischia di non essere più in grado di integrarli, ma solo di subirli», aveva profeticamente avvertito Oriana Fallaci. Perché la libertà sopravvive solo se sa difendere le condizioni che la rendono possibile.