Delitto di pietracatella

Mamma e figlia avvelenate, la verità degli esperti sulla ricina e le prove

Rosa Scognamiglio

Gli accertamenti tossicologici sui campioni di sangue prelevati ad Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita hanno fugato ogni dubbio sull’ipotesi dell’avvelenamento: mamma e figlia sono morte per una “intossicazione acuta da ricina”. Lo si legge nella relazione trasmessa dal Centro antiveleni “Maugeri” di Pavia alla procura di Larino che, lo scorso marzo, ha aperto un fascicolo per duplice omicidio colposo premeditato, al momento contro ignoti, in relazione ai decessi sospetti delle due donne originarie di Pietracatella, in provincia di Campobasso. Dal documento emerge anche che Gianni Di Vita, marito di Antonella e papà di Sara, era negativo alla sostanza venefica: “La negatività dei campioni biologici riferibili al sig. Di Vita Giovanni - si legge in un passaggio del referto - può ritenersi compatibile con l’eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione, anche completa dell’analita, in ragione del tempo trascorso tra il prelievo e l’esecuzione delle analisi”. Sintetizzando: non si può escludere che la tossina fosse presente anche nel sangue del 55enne in un periodo precedente a quando il campione ematico è stato analizzato, ovvero 74 giorni dopo il prelievo.

“Si tratta di cose estremamente difficili da identificare e dosare. Abbiamo avuto 7 o 8 casi di avvelenamento da ricina, ma con livelli inferiori a questi. Persone che fortunatamente non sono decedute e si sono salvate”, ha spiegato in un’intervista al Tg1 il professor Carlo Locatelli, direttore del Centro antiveleni di Pavia. “Sono rimasto impressionato dal decesso di mamma e figlia - ha proseguito l’esperto - Inizialmente abbiamo dovuto lavorare con tanti altri colleghi perché le indagini andavano dalle problematiche tossicologiche  a quelle virologiche e batteriologiche”. Sono state analizzate 1.500 molecole e i test ripetuti più volte, in diversi laboratori e con tecniche differenti, per garantire la massima affidabilità dei risultati: “La casistica di eventi come questo è molto rara”, ha concluso Locatelli.

Intanto proseguono le indagini della Squadra Mobile del capoluogo molisano, coordinati dalla procura di Larino, nel tentativo di ricostruire la dinamica degli eventi. Sotto la lente degli investigatori c’è la cena dello scorso 23 dicembre, quando verosimilmente mamma e figlia potrebbero aver consumato una o più pietanze contenenti la ricina. Nei giorni successivi, a seguito di disturbi gastrointestinali persistenti, le due donne si erano rivolte al pronto soccorso dell’ospedale “Cardarelli” di Campobasso. Poi la situazione è peggiorata rapidamente, fino ai decessi, avvenuti l’uno il 27 dicembre (quello di Sara) e l’altro il 28 (quello di Antonella). In un primo momento era stata ipotizzata un'intossicazione alimentare per entrambe. Da qui l’inchiesta per omicidio colposo che tutt’oggi vede indagati cinque medici del Cardarelli. Successivamente, un alert vocale inviato dal Centro antiveleni di Pavia circa l’eventuale presenza di ricina nei campioni ematici prelevati alle vittime, ha reso necessario l’apertura di un fascicolo per duplice omicidio premeditato.

Fino ad oggi gli investigatori hanno sentito a sommarie informazioni più di quaranta persone, tra cui anche Gianni Di Vita, Alice, primogenita  dei coniugi Di Vita, e altri familiari. Nei giorni scorsi è stato acquisito il cellulare di Alice per “esigenze tecniche”, come precisato in una nota dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli. Verrà sottoposto a un accertamento tecnico irripetibile martedì 28 aprile negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso. Secondo alcune indiscrezioni di stampa, sul cellulare della giovane, che non è indagata né sospettata, potrebbero esserci informazioni utili alle indagini, come alcuni appunti relativi alle pietanze consumate da Sara e Antonella nei giorni precedenti al drammatico epilogo.