inchiesta antimafia
Celebrano Borsellino e Falcone ma l’indagine sugli affari edili fu suddivisa fra varie Procure per essere indebolita
C’è una sola misura con cui si onora davvero un magistrato ucciso dalla mafia: portare a termine il lavoro che la mafia ha interrotto. Per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quel lavoro si chiamava «Mafia e Appalti». Trentacinque anni dopo, è ancora lì.
Incompiuto. I due giudici vengono celebrati ogni anno con una retorica ineccepibile, il coraggio, il sacrificio, l’esempio civile, ma l’inchiesta in cui credevano con convinzione, quella che secondo la Procura di Caltanissetta è concausa certa della strage di Via D’Amelio e probabile concausa di Capaci, non ha ancora prodotto una verità giudiziaria definitiva. Questa è la contraddizione che nessun discorso ufficiale affronta. La svolta arriva il 22 giugno 1990. Falcone siede davanti alla Commissione parlamentare Antimafia e rompe il paradigma. Non più soltanto la mafia militare: il bersaglio è il sistema economico che la sostiene.
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«Possiamo ritenere abbastanza fondato che c’è, almeno nella Sicilia occidentale, una centrale unica di natura sicuramente mafiosa che dirige l’assegnazione degli appalti e soprattutto l’esecuzione degli appalti medesimi con inevitabili coinvolgimenti delle amministrazioni locali sia a livello di strutture burocratiche che a livello di alcuni amministratori». Non una dichiarazione incidentale. Perché proprio da questa parole prende corpo l’inchiesta mafia-appalti. Una tesi investigativa maturata e che indica dove si annida il potere reale di Cosa nostra: nei cantieri, nelle gare truccate, nei bilanci delle imprese colluse. Il metodo è sintetizzato in tre parole: «Follow the money». Un principio che avrebbe dovuto diventare la bussola di una nuova stagione antimafia. Non è andata così.
Paolo Borsellino non era estraneo a quella linea. L’aveva fatta propria. Condivideva l’impostazione di Falcone sul nesso tra mafia e appalti e ne aveva ereditato la convinzione: quel filone era decisivo per smontare il cosiddetto «terzo livello», il piano in cui Cosa nostra interagisce con l’economia legale, con la politica, con le amministrazioni. Borsellino è stato ucciso il 19 luglio 1992, cinquantasette giorni dopo Falcone. Via D'Amelio: cinque agenti della scorta morti con lui. La Procura di Caltanissetta è esplicita: «Mafia e Appalti» è concausa certa di quella strage. La tesi non lascia margini di ambiguità. I due magistrati non furono eliminati soltanto per ciò che avevano già fatto. Furono eliminati per ciò che stavano per fare.
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Nel 1991 il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri (Ros), guidato dal generale Mario Mori con il capitano Giuseppe De Donno, consegna a Falcone 877 pagine di dossier «mafia -appalti». L’impostazione è innovativa: non fermarsi ai reati della mafia militare, ma ricostruire i meccanismi economici che ne sostengono il potere. Il quadro è quello di un sistema strutturale. Accordi tra imprese per spartirsi le gare. Controllo mafioso sull’esecuzione dei lavori.
Mediatori tra imprenditoria e Cosa nostra. Connessioni con livelli politici e amministrativi. Non infiltrazioni episodiche: un sistema. La tesi operativa di Mori e De Donno è conseguente - ribadita nelle audizioni parlamentari più recenti con invariata fermezza: l'indagine doveva restare unitaria, colpire tutti i livelli insieme. Ogni frammentazione equivaleva a una resa preventiva. Invece l'inchiesta, a loro giudizio, è stata smembrata. Distribuita tra gli uffici giudiziari di Agrigento, Caltanissetta, Marsala e Trapani. Indebolita. La risposta dell’allora Procura di Palermo, invece, era di parere diametralmente opposto: individuare un sistema non basta. Occorre dimostrarlo in giudizio con prove che reggano al dibattimento.
Questo significa delimitare le accuse, sempre per i togati, procedere per filoni autonomi, scartare contestazioni non suffragate da elementi immediati. Uno scontro tra Procura e Ros. È opportuno ricordare che l’allora Procura di Palermo era guidata da Pietro Giammanco, la cui linea trova oggi sintesi nelle posizioni dell’attuale senatore del M5S, Roberto Scarpinato, (allora sostituto e coautore con Giuseppe Lo Forte della richiesta di archiviazione di parte del dossier del 13 luglio 1992) componente pentastellato anche della Commissione antimafia, organismo parlamentare d’inchiesta che si sta proprio occupando, tra l’altro, del dossier mafia-appalti. Ogni 23 maggio, ogni 19 luglio, l’Italia si ferma. I discorsi si ripetono: il coraggio di Falcone, il sacrificio di Borsellino.
L’eredità da non tradire. Ma «mafia e appalti» dopo oltre trent’anni non ha ancora prodotto sentenze che ne accertino l’intera portata. Come anche il conflitto tra Ros e Procura continua a rimanere aperto.