politica & giustizia
La "trattativa" contro l’Antimafia, Intercettazione choc
Due ex magistrati che parlano al telefono, il 6 aprile 2024, e un dialogo che - riletto oggi- assume il valore di un indicatore del clima, delle pressioni e delle tensioni che ancora circondano il dossier «mafia e appalti», considerato da più parti una delle concause delle stragi del 1992. Non una conversazione estemporanea, ma un frammento che restituisce il nervo scoperto di una stagione giudiziaria mai davvero chiusa. A parlare sono Gioacchino Natoli, già pm antimafia oggi indagato per depistaggio, e Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo, non indagato e del tutto estraneo al dossier in questione. La conversazione emerge integralmente dal verbale del 2 dicembre 2025 relativo all’interrogatorio di Giuseppe Pignatone, ex procuratore aggiunto di Palermo, oggi indagato per favoreggiamento alla mafia. Caselli sbotta: «Ma dobbiamo proprio prenderci tutta ’sta merda addosso da Trizzino, Colosimo eccetera?».
Trizzino è l’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, figlia dell’ex magistrato Paolo Borsellino; Colosimo invece è Chiara Colosimo, attuale presidente della commissione Antimafia. Torniamo alla telefonata. Natoli risponde a Caselli con un laconico: «Eh, fratello mio...». L’ex procuratore insiste: «Non possiamo organizzare qualcosa per dire basta? Fatevi furbi, pensate!». E Natoli, quasi rassegnato: «Lo so, lo so, ma è... me lo chiedete tutti».
Un passaggio che lascia intendere come le sollecitazioni su Natoli non arrivino da una sola direzione, ma da più fronti. E che il malessere interno alla magistratura, su questo capitolo, sia tutt’altro che marginale. Il procuratore Salvatore De Luca, titolare del fascicolo sui presunti depistaggi legati alla strage di via D’Amelio, inserisce l’intercettazione «per mera completezza», ma la definisce comunque «rilevante per inquadrare il clima di pressione intorno alle indagini sulla strage e i rapporti tra i protagonisti di quella stagione giudiziaria». Il contesto è quello di un’indagine che torna a interrogarsi sul ruolo del dossier «mafia e appalti», un capitolo rimasto sospeso per oltre trent’anni e che De Luca, nella sua audizione alla Commissione Antimafia due giorni fa, ha definito «sicura concausa della strage di via D’Amelio e forse, in misura leggermente minore, di quella di Capaci».
A sostegno, cita «concreti, plurimi e univoci elementi», tra cui informative della Guardia di Finanza su intercettazioni e smagnetizzazioni avvenute tra il 1991 e il 1992. Il tema era stato rilanciato con forza dall’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, come detto, nell’audizione del settembre 2023 davanti all’Antimafia. Trizzino aveva ricostruito il quadro degli appalti truccati come chiave interpretativa delle bombe che uccisero Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, dopo l’attentato a Giovanni Falcone del 23 maggio. Oggi, mentre la Procura di Caltanissetta chiede l’archiviazione di un filone d’indagine sulle stragi a carico di ignoti, De Luca rimette al centro proprio quel capitolo «controverso», mai approfondito fino in fondo. Nel fascicolo sui presunti insabbiamenti figurano, oltre a Natoli e Pignatone, anche il generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti. I magistrati vogliono capire se il dossier «mafia e appalti« sia stato «indebolito o archiviato troppo rapidamente«, lasciando scoperti magistrati che stavano toccando «nodi strategici per Cosa nostra».
L’intercettazione riportata nel verbale dell’interrogatorio di Pignatone punta indirettamente anche verso la presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, e verso lo stesso Trizzino, “rei” di continuare a chiedere chiarezza su un dossier che appare sempre più opaco e che continua a generare frizioni, resistenze e nervosismi. La domanda che resta sospesa è se quel clima di pressione abbia inciso - e quanto - sulla capacità dello Stato di fare piena luce su uno dei capitoli più delicati della storia repubblicana.