Mamma e figlia avvelenate, l'indiscrezione sulle autopsie: "Nessuna necrosi"

Come sono morte Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia 15enne Sara Di Vita? È l’interrogativo attorno cui ruota l’inchiesta per duplice omicidio premedidato, al momento contro ignoti, avviata dalla Procura di Larino (Campobasso) in seguito ai decessi sospetti delle due donne, avvenuti lo scorso dicembre per un malore inizialmente ricondotto a una presunta intossicazione almentare. Un’ipotesi sfumata dopo l’alert vocale del Centro Antiveleni di Pavia circa un possibile avvelenamento da ricina, una sostanza altamente tossica estratta dai semi del ricino, eventualmente somministrata alle vittime in quantità tali da ucciderle nel giro di poche ore. Ad ogni modo, il quadro investigativo resta ancora da definire e non si escludono clamorosi colpi di scena. Secondo un’anticipazione di Quarto Grado, il programma condotto dai giornalisti Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero, l’autopsie avrebbero rilevato un’incongruenza: sui corpi di mamma e figlia mancherebbe un segno distintivo dell’avvelenamento da ricina, ovvero la necrosi degli organi. Come spiegato dall’inviato del programma, Matteo Marcuglia, per chiarire questo dettaglio bisognerà attendere l’esito degli esami tossicologici, già predisposti dalla procuratrice Elvira Antonelli, titolare del fascicolo, il cui esito è atteso nei prossimi giorni. “L’esame tossicologico sta valutando tutta una serie di possibili veleni, oltre mille. - ha precisato Marcuglia - Quindi, al netto delle indicazioni arrivate dal Centro Antiveleni di Pavia, non è ancora del tutto esclusa l’ipotesi che possa trattarsi anche di qualcos altro”.

Circa gli effetti devastanti della ricina, il professor Giuseppe Fortuni, noto medico legale, ha spiegato che “la caratteristica rivelata dall’autopsia dipende dalle modalità di assunzione, cioè se si tratta di un’inalazione o una ingestione”. “In questo caso, - ha osservato l’esperto, ospite della trasmissione - non c’è stata inalazione perché i disturbi sono tutti gastroenterici. Pertanto il quadro autoptico deve essere quello di una necrosi multifocale di tutti gli organi dell’apparato gastrointestinale, quindi qualcosa non torna”. Inoltre “la ricina  è difficile, oltre che da reperire, anche da manipolare senza avvelenarsi”. Riguardo alla tempistica dei sintomi manifestati dalle due donne, Fortuni ha precisato che potrebbero essere ricondotti alla tossina attenzionata “perché, in genere, i primi sintomi compaiono dopo una decina di ore ma, se l’assunzione è in quantità minime, possono comparire anche successivamente”. Tuttavia non si può escludere l’ipotesi di un altro veleno: “Bisogna capire quali elementi ha avuto a disposizione il Centro Antiveleni di Pavia per fare questa ipotesi (quella della ricina ndr) - ha concluso il medico legale - perché è un’ipotesi. Se l’hanno trovata, vuol dire che l’hanno cercata con modalità precise. Qualcosa non torna”.

Sul fronte delle indagini tradizionali, proseguono le audizioni di amici e familiari delle vittime. Sarebbero già trenta le persone sentite in Questura, a sommarie informazioni, dagli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, diretta da Marco Graziano. Mercoledì pomeriggio è stato il turno di Gianni Di Vita, marito di Antonella e papà Sara, e dalla figlia primogenita, Alice. L’uomo, che non è indagato, avrebbe ribadito la versione fornita agli investigatori poche ore dopo la tragedia, sostenendo di “non ricordare” quali pietanze avesse consumato la sera del 23 dicembre, uno dei tre pasti finiti sotto la lente di indaga. Inoltre, secondo quanto emerge da indiscrezioni giornalistiche, lo stesso avrebbe riferito di avere “la coscienza a posto” e di essere profondamente addolorato per la perdita di moglie e figlia. Nella piccola cittadina di Pietracatella, dove è avvenuta la tragedia, tutti fanno quadrato attorno Gianni. Il fratello di Antonella respinge con forza ogni eventuale ombra o sospetto sul cognato: “Spero innanzitutto si arrivi il prima possibile alla verità, - ha detto l’uomo ai microfoni di Quarto Grado - Mio cognato? Non farebbe mai del male a nessuno”.