spifferi dal vaticano

I retroscena sulla nomina di Peña Parra: il caso del Nunzio, la croce di Leone

Luigi Bisignani

Le vie della Croce. C’è una croce nella domenica di Pasqua che non appartiene solo al rito del Venerdì Santo, ma ad ogni giorno di questo nuovo pontificato di Leone XIV, segnato da guerre che incendiano il mondo, a partire dalla Terra Santa. Il Papa è tornato a portarla nella Via Crucis, una tradizione che, nel 1964, Paolo VI riprese dopo un viaggio in Terra Santa, e il gesto non è soltanto memoria, ma segno concreto. È una croce silenziosa, fatta di decisioni, pressioni e tensioni che si accumulano e di una Curia ancora segnata dall’impronta del predecessore.

Tra istanze riformiste che sollecitano cambiamenti e richiami alla tradizione che invocano continuità, Leone XIV, già molto amato dai fedeli per il suo sorriso e la sua disarmante immediatezza, adotta uno stile sobrio e riflessivo, segnando una discontinuità pacata rispetto a Papa Francesco. Un pontificato non si misura nella brevità dei suoi inizi, ma nel tempo lungo della Chiesa, dove le scelte maturano nel discernimento e portano frutto oltre l’immediatezza. E le ultime nomine lo confermano. Applausi per il bergamasco Paolo Rudelli, 53 anni, enfant prodige della diplomazia vaticana, già nunzio in Colombia, chiamato al ruolo strategico di Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, dove succede al chiacchieratissimo venezuelano Edgar Peña Parra, 65 anni, nominato nel 2018 - al posto di Angelo Becciu - e ora destinato alla nunziatura in Italia dopo essere stato anche nunzio in Mozambico e Honduras.

Peña Parra lascia dietro di sé polemiche mai sopite. Nei Sacri Palazzi lo chiamano «Maracaibo», per la disinvoltura mostrata nella gestione «sudamericana» del caso più spinoso: quello del palazzo di Londra, operazione avviata da Becciu e finita, sotto la sua regia, in una Caporetto finanziaria. Una vicenda che pesa ancora oggi sul pontificato di Bergoglio. Lo stesso Nunzio, nel messaggio di commiato e in un’intervista televisiva, l’ha definita la sua «via crucis». Forse perché non si è mai ripreso dall’episodio più imbarazzante: a Londra davanti alla High Court of Justice, luglio 2024, presieduta da Justice Robin Knowles, per più udienze, sudato e visibilmente in difficoltà, con accanto un bodyguard imponente e con le ciglia che parevano truccate, ammise di essere a conoscenza di fatture false pagate dal suo ufficio e di aver aperto la porta a investitori accreditati con leggerezza. Il giudice inglese esterrefatto assistette a quel penoso calvario. Il primo giorno Peña Parra rispose in inglese. Successivamente preferì avere accanto un interprete, forse per prendere tempo nelle risposte, non riuscendo a districarsi nel pasticcio in cui si era ficcato. La situazione emerse poi chiaramente durante il processo vaticano, in cui gendarmeria e testimoni, sotto la regia, probabilmente della Segreteria di Stato, finirono per confondere perfino il Santo Padre. Un «papocchio» a cui Prevost sta cercando di porre rimedio, come del resto era del tutto evidente perfino durante il dibattito nelle Congregazioni Generali quando a sorpresa il Segretario di Stato parlò di uno scritto di Bergoglio, mai prima ufficializzato, in cui veniva sorprendentemente chiesta la rinuncia di Becciu al Conclave.

Ma occorre fare un passo indietro nel settembre del 2020. In occasione dell’udienza in cui Becciu fu dimissionato da Francesco, l’elemento più anomalo non fu tanto la coincidenza con l’uscita dell’articolo su L’Espresso, quanto il fatto che le informazioni pare fossero giunte al pontefice attraverso un militare della Guardia di Finanza, poi trasmesse pare proprio anche a Peña Parra. L’Ufficio del Sostituto sembra avesse un report già sei mesi prima dell’avvio formale delle indagini vaticane, contenente anche informazioni provenienti da accessi illeciti effettuati da Pasquale Striano, il finanziere sotto inchiesta dell’indagine «Dossieropoli», al centro di mille intrighi su numerosi soggetti poi coinvolti nel processo contro il porporato di Pattada. Tra i nomi «attenzionati» figuravano politici, imprenditori e figure pubbliche. Tutti i dubbi su questa opaca vicenda, che sembra un plot di Dan Brown tra spie, Mata Hari all’ombra dell’Aise e apparecchiature di criptazioni israeliane, potranno forse essere chiariti dopo il deposito integrale di tutti gli atti di indagine ordinato dalla Corte di appello vaticana all’Ufficio del promotore di giustizia. La questione è incandescente e quindi non è da escludere che la richiesta della Corte non sarà rispettata, con conseguente invalidità dell’intero processo per grave violazione del diritto alla difesa, diritti sacrosanti che proprio Prevost ha ribadito solennemente in due occasioni pubbliche.

Durante il pontificato di Francesco, Peña Parra è stato di fatto l’uomo più potente della Curia. Il Sostituto vedeva quotidianamente il Papa, portando le carte e ritirando le decisioni. Ma, a parere di molti, Francesco dedicava a questi incontri pochi minuti, limitandosi spesso a un «Va bene, fai tu». In questo spazio si consolidò il potere del Sostituto, con gesti, decisioni e dossier anche senza un controllo pieno del pontefice, che generavano tensioni e contraddizioni, con provvedimenti talvolta smentiti o raddrizzati dallo stesso Papa. Ne derivarono anni difficili anche per il Segretario di Stato Pietro Parolin, formalmente superiore ma troppo spesso costretto a subire decisioni prese altrove. Non è un caso che, dopo il conclave, fosse chiaro l’intento di riequilibrare questa dinamica. Il trasferimento di Peña Parra alla nunziatura in Italia è apparso da subito anomalo. La richiesta di gradimento alla Farnesina è rimasta inevasa per mesi, ben oltre i tempi usuali tra Italia e Santa Sede.

Pesano, a sentir gli spifferi della terza loggia del Palazzo Apostolico, le ombre su modalità operative e su rapporti maturati in quegli anni: contatti con il Tribunale e ambienti della gendarmeria vaticana, interlocuzioni con apparati di intelligence e legami con settori della Guardia di Finanza, in un intreccio mai chiarito fino in fondo. Elementi che in parecchi funzionari, dell’una e dall’altra parte, sollevano più di una perplessità sulla sua idoneità a rappresentare la Santa Sede proprio in Italia. A ciò si aggiungono la gestione dei fondi della Segreteria di Stato e i danni economici rilevanti, tra cui i costi legali - nell’ordine di decine di milioni di euro tra avvocati e informatori a vario titolo - legati alla vicenda londinese.

Peña Parra è comunque, almeno in questo, il primo Sostituto del dopoguerra a non aver ricevuto la porpora e uno dei pochi a essere stato di fatto rimosso per essere destinato a una nunziatura. Resta altresì una questione di fondo: questa nomina rischia di esporre il governo italiano a un evidente imbarazzo, costringendolo a vigilare da subito sui rapporti del nuovo nunzio con gli apparati più delicati dello Stato. E se a ciò si sommano le tensioni già aperte con il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, percepito come tutt’altro che neutrale - già protagonista di attriti con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni per le riforme istituzionali e la gestione dell’8 per mille - il dubbio smette di essere un’ipotesi e diventa interrogativo politico: a Prevost è stato davvero rappresentato fino in fondo il quadro italiano? Eppure, è proprio qui che torna il senso della Pasqua: non come fuga dalla croce, ma come verità che la attraversa. Anche nelle pieghe più opache dei Sacri Palazzi, dove il potere assume talvolta forme meno evangeliche di quanto si vorrebbe, la croce continua a restare lì, silenziosa. In attesa che qualcuno la prenda davvero sulle spalle.