Prima che l'inferno arrivi qui. Il dossier FdI sul rischio Islam radicale

Alessio Buzelli

In Europa esistono intere «città nelle città» in cui lo Stato, per come lo intendiamo comunemente, non esiste più; aree in cui vigono altri codici, altre leggi, altri valori, altri linguaggi, diversi da quelli sui quali sono costruite le democrazie occidentali. Queste terre di nessuno oggi hanno un nome, si chiamano «no go zones», letteralmente «zone in cui non si può entrare»; dalla Svezia alla Francia, dall’Olanda alla Germania, dalla Spagna all’Italia, sono decine i quartieri urbani in cui il vuoto lasciato dallo Stato è stato riempito da veri e proprie «società parallele», piccoli ecosistemi slegati dal contesto in cui criminalità, diosrdini e integralismo religioso dettano i ritmi del vivere sociale.

Uno scenario che in molti Paesi si è da anni consolidato, fotografato con completezza nel dettagliato report «Immigrazione, islamizzazione e ascesa delle società parallele» realizzato dall’osservatorio francese OID per la Fondazione New Direction – Foundation for European Conservatism, realtà di riferimento del gruppo Ecr del Perlamento europeo. Il documento, presentato ieri alla camera da Nicola Procaccini (vicepresidente gruppo Ecr), Sara Kelany (deputata di Fdi) e Daniele Capezzone (direttore de Il Tempo), analizza sotto molteplici aspetti e con approccio scientifico proprio il fenomeno delle «no go zones», descrivendone caratteristiche, genesi, sviluppo e trasformazioni dal punto di vista politico, sociale, religioso ed economico.

Un lavoro che cerca di superare le omissioni ideologiche e i tanti non detti su una realtà che sta profondamente incidendo sul tessuto sociale europeo e che, in assenza di adeguate contromisure, rischia di stravolgerne l’identità. A saltare subito all’occhio è la stretta correlazione, lungamente spiegata nel rapporto, tra queste società parallele e l’immigrazione, segnatamente quella di matrice islamica. La densità di popolazione straniera, infatti, risulta indissolubilmente legata alle situazioni di maggiore criticità nelle aree urbane caratterizzate da criminalità e sistemi sociali, economici e persino di welfare alternativia quelli statali. Una correlazione che, secondo lo studio, non si può spiegare unicamente - come molti hanno cercato di farecon una condizione di diffusa povertà tipica di questi quartieri. Sono altri gli indicatori da tenere in considerazione, primo tra tutti l’islamizzazione: in tutte queste aree la popolazione musulmana è nettamente sovrarappresentata, con una media del 29% di residenti di religione islamica.

Ciò suggerisce un chiaro modello di raggruppamento demografico: in Ue, i Paesi con le più elevate concentrazioni di popolazione musulmana sono anche quelli con il numero maggiore di «no go zones». In Germania, Svezia,e Francia questa dinamica è più evidente, tanto che in alcuni casi si osservata una traiettoria parallela tra il numero di moschee e le di «No go zones». Gli autori, ovviamente, non sostengono che solo i musulmani delinquono, anzi; evidenziano come realtà «difficili» siano spesso sovrapponibili a tali dinamiche.


Nello studio sono state selezionate diverse zone (17 in tutto) di diverse Nazioni - basandosi su menzioni ricorrenti in rapporti ufficiali, media e fonti accademiche- in cui il tasso di criminalità, aggressioni e violenze è fuori scala rispetto alla media europea. Tre di queste si trovano in Per cento La presenza media di musulmani nelle «no go zones» contro il 4% di altre aree Italia: il quartiere Aurora a Torino, Quarto Oggiaro a Milano e Stazione Termini a Roma. Ciò che emerge è che nel nostro Paese siamo ancora relativamente lontani dai livelli raggiunti ad esempio in Francia, Belgio e Svezia, ma anche che questo non deve rassicurarci. Al contrario, tale modello si sta inesorabilmente affermando anche alle nostre latitudini, con la differenza che l’Italia potrebbe ancora avere il tempo necessario per invertire la rotta. Oltre all’aumento di criminalità e insicurezza, all’indebolimento della coesione sociale e alla definitiva certificazione del fallimento delle politiche d’integrazione fin qui operate, le «no go zones» hanno anche implicazioni squisitamente politiche: in diversi Paesi le popolazioni musulmane sono diventate un’importante base elettorale dei partiti progressisti, portandoli persino a mettere in discussione i propri valori tradizionali, spesso inconciliabili con quelli islamici. Di più, risulta sempre più frequente la nascita di partiti caratterizzati religiosamente che possono contare su un numero significativo dipotenziali elettori.


«Queste aree, purtroppo, sono diffusissime - ha spiegato Procaccini - e hanno un minimo denominatore comune: è una presenza massiva di immigrazione, al punto da, sostanzialmente, cambiare l’identità di quelle zone». Una possibile soluzione, ha spiegato l’eurodeputato, è quella di «non lasciare lo spazio dell’identità vuoto» e di «non abdicare alla propria cultura», perché altrimenti «quegli spazi verranno riempiti da altri». «Questa - ha conculso - è l'unica prospettiva capace di evitare che possano proliferare ulteriormente queste "No go zones" in giro per l’Europa». «Fino ad oggi si è fatto fatica a dire che in realtà si tratta di separatismo religioso», ha aggiunto Sara Kelany.


«Le matrici che uniscono queste società separate sono sia l’immigrazione che l’Islam radicale ed è su questo che bisogna intervenire, come il governo sta facendo», ha aggiunto. «Proteggere le identità e le frontiere, arginando il fenomeno del separatismo e dell'islamizzazione delle nostre città è l’unica strada per fermare questo processo».