il fenomeno

Velo, jihad e TikTok. La radicalizzazione islamica delle donne inizia dai social

Francesca Musacchio

Una diciottenne nata a Mombasa, contatti con ambienti jihadisti, video in cui mima sgozzamenti e uso di armi, rete attiva tra TikTok e Telegram e agganci in Italia. È il profilo di una giovane donna al centro di un circuito digitale di radicalizzazione che dalla rete punta al territorio. In particolare Brescia, dove sarebbe in collegamento con donne di origine italo-marocchina e italo-ungherese con le quali avrebbe manifestato l’intenzione di incontrarsi a Milano. Ma non solo. La diciottenne avrebbe eseguito ricerche sulla situazione in Somalia ed espresso apprezzamenti per il gruppo al Shabaab.

 

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Nel circuito del profilo ci sarebbero anche soggetti sotto osservazione da parte dell’Antiterrorismo, come quello di un egiziano che definisce il jihad «un obbligo». Ma la giovane non si limita al consumo di contenuti legati ai temi del radicalismo islamico. Sul suo profilo sarebbero comparsi anche video, poi rimossi, con nasheed jihadisti come colonna sonora, simboli e gesti che richiamano la violenza rituale. La donna, inoltre, avrebbe partecipato a live TikTok su tematiche religiose insieme a utenti attive in Italia, tra cui profili riconducibili proprio a giovani donne residenti a Brescia. Il caso si inserisce in una dinamica più ampia: la radicalizzazione femminile attraverso i social. TikTok è il vettore principale. Video brevi, tono empatico, narrazione quotidiana. Il contenuto ideologico non è dichiarato, ma progressivo, dove la religione entra come elemento identitario, non conflittuale.

In questo contesto si colloca il fenomeno del modest fashion. Abiti lunghi, velo, estetica curata. Contenuti sponsorizzati da influencer musulmane, anche convertite italiane.
Il messaggio è presentato come scelta personale, lifestyle, ricerca di equilibrio. Non imposizione, ma adesione. La dimensione normativa resta implicita, ma costruisce un modello coerente con versioni più rigide dell’Islam. Accanto all’estetica, infatti, c’è il tentativo di normalizzazione. Profili che mostrano routine domestiche, relazioni, ruoli familiari. La vita islamica viene raccontata come compatibile con il contesto occidentale, depoliticizzata, resa ordinaria. È in questa normalità che si inserisce l’indottrinamento soft: progressivo, non dichiarato, difficilmente percepibile.

 

In Italia, secondo analisi del Ministero dell’Interno e di centri di ricerca europei, le donne coinvolte in percorsi di radicalizzazione rappresentano una quota minoritaria ma significativa. Tuttavia, durante la fase dello Stato Islamico, la componente femminile ha avuto un ruolo attivo nei flussi verso le aree di conflitto. Oggi il fenomeno si è spostato o ne. Le convertite italiane costituiscono un segmento sensibile, spesso intercettato attraverso contenuti digitali e reti informali. A queste si affiancano donne provenienti da contesti migratori e seconde generazioni, inserite in ambienti culturali ibridi. Secondo le stime più recenti, la popolazione musulmana in Italia supera i due milioni di persone, con una presenza femminile rilevante e crescente. Il cambiamento è nel metodo. Non più reclutamento esplicito, ma costruzione di appartenenza.

Non rottura, ma continuità. I social diventano, dunque, lo spazio di socializzazione e trasmissione valoriale. E l’algoritmo amplifica, segmenta e fidelizza. Il profilo della giovane keniota sintetizza questa evoluzione: contenuti religiosi, rete digitale, contatti transnazionali, possibile attivazione sul territorio italiano. Un percorso che si sviluppa senza fratture evidenti, dentro una narrazione quotidiana che rende meno visibile la soglia tra pratica religiosa e costruzione ideologica