Il caso di Sansonetti
Se il giudice è parte lesa. Tempi brevi e risarcimenti più alti
Il messaggio che arriva da questa vicenda è chiarissimo: in Italia fare il giornalista e scrivere di magistrati è come andare in monopattino a fari spenti in autostrada in una notte senza luna. La richiesta della Procura di Lodi era da far tremare i polsi: 3 anni e 6 mesi di prigione. Non per aver fabbricato accuse o diffuso falsità conclamate, ma per aver fatto ciò che dovrebbe essere alla base di qualsiasi democrazia degna di questo nome: porre domande. A finire sotto processo è stato Piero Sansonetti, allora direttore de Il Riformista e adesso de L’Unità.
La sentenza della giudice Elisa Romano ha evitato il carcere, ma solo in apparenza ha attenuato la portata della punizione: 4.000 euro di pena pecuniaria, 100 mila euro di risarcimento da versare immediatamente ai magistrati Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, 12 mila euro di rimborso per spese legali,5.000 euro per riparazione ai sensi della legge sulla stampa. Una cifra che non è soltanto una sanzione economica: è un segnale concreto che rischia di produrre un effetto ben più ampio del singolo caso, ossia che di certi argomenti non bisogna scrivere. Stop. La vicenda risale all’estate del 2000.
Sansonetti, in diversi articoli, aveva posto interrogativi su una delle pagine più controverse della storia giudiziaria italiana: l’inchiesta «Mafia Appalti», uno dei nodi più delicati della lotta alla criminalità organizzata, seguita con particolare attenzione da Paolo Borsellino. Non si trattava, dunque, di curiosità marginali, ma di questioni di interesse pubblico, legate alla trasparenza e alla ricostruzione di fatti ancora oggi oggetto di discussione. Le domande formulate ai due magistrati, che avevano gestito il fascicolo alla morte di Borsellino, non introducevano verità alternative né contenevano attacchi gratuiti: si inserivano in un dibattito già esistente, documentato e mai completamente chiuso. Eppure sono state ritenute sufficienti per configurare la «diffamazione».
Il contesto temporale aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. La sentenza è arrivata infatti martedì, proprio all’indomani della vittoria del «No» al referendum costituzionale sulla giustizia. Nel frattempo, gli stessi temi erano tornati sotto osservazione. La procura di Caltanissetta, guidata dal procuratore Salvatore De Luca, ha riacceso l’attenzione sull’inchiesta «Mafia Appalti», cercando di chiarire aspetti rimasti in ombra. Parallelamente, anche la Commissione parlamentare antimafia guidata da Chiara Colosimo, dove lo stesso De Luca ha fatto il punto sull’inchiesta, sta approfondendo quella stagione. Segno che le questioni sollevate non erano né marginali né infondate.
Questo elemento introduce una contraddizione evidente: se oggi quelle vicende sono oggetto di nuove verifiche, diventa difficile sostenere che fosse illegittimo sollevarle in sede giornalistica. Al contrario, si rafforza l’idea che il ruolo dell’informazione sia proprio quello di mantenere aperti interrogativi, soprattutto quando riguardano passaggi cruciali della storia del Paese. La condanna di Sansonetti si inserisce, infine, in un quadro più ampio, soprattutto quando a denunciare è un magistrato. Una recente ricerca del professor Pieremilio Sammarco, ordinario di diritto comparato all’Università di Bergamo, ha evidenziato come nei procedimenti per diffamazione la presenza di magistrati tra le parti lese sia associata a una maggiore probabilità di condanna, con risarcimenti mediamente più elevati rispetto a qualsiasi altra categoria professionale, persino rispetto ai tanto vituperati politici.
Alla fine, ciò che resta è un equilibrio fragile. Da un lato, il diritto alla reputazione, che deve essere tutelato per chiunque, magistrati compresi. Dall’altro, il diritto di cronaca e di critica, che rappresenta uno dei pilastri del sistema democratico. Quanto accaduto a Sansonetti, assistito dagli avvocati Simona Giannetti e Alfredo Sorge, non si esaurisce allora nella sua dimensione personale. Diventa un caso di studio, un precedente che pesa e che può incidere sui comportamenti futuri di chi fa informazione. Perché il punto, alla fine, resta semplice: se porre domande su vicende di interesse pubblico comporta conseguenze di questa portata, il rischio non riguarda solo il giornalista, ma la qualità stessa del dibattito pubblico. A quel punto, davvero, meglio dedicarsi alle ricette di cucina o agli oroscopi.