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Terrorismo, il ricatto allo Stato: anarchici in guerra. “Sara e Alessandro morti combattendo”

Francesca Musacchio

«Serve anche la violenza rivoluzionaria». A poche ore dalla morte di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, il mondo anarchico lancia sui canali di diffusione abituale un testo di saluto e quasi rivendicazione di quanto accaduto al Parco degli Acquedotti. Nessuna presa di distanza e nessuna cautela. Solo una linea politica ribadita: usare ogni mezzo. Anzi, nel pomeriggio viene diffuso anche un altro comunicato: «Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo. La guerra sociale non è una recita, è guerra». Insieme al testo, le immagini di striscioni appesi nella notte: «Con Alfredo contro il 41 bis». «Chi lotta non muore mai». «Con Sara e Sandrone nel cuore».

 

 

«Non ci interessa sapere nello specifico cosa sia successo in quel casolare dove han trovato la morte - scrivono -. Sappiamo per certo che nel loro cuore c’era quell’idea di libertà e anarchia che sentiamo anche noi, sappiamo per certo che in questo mondo dove la guerra fa sempre più vittime innocenti, per agire contro di essa serva anche la violenza rivoluzionaria. Di fronte ad un presente inondato di bombardamenti su ospedali, scuole, mercati e abitazioni civili, di guerre e genocidi in nome del denaro e del potere, crediamo sia necessaria l’audace volontà di utilizzare ogni mezzo contro questo sistema». E proprio le azioni contro il sistema, negli ultimi mesi, sarebbero state al centro di un confronto tra ambienti anarchici e area antagonista sul metodo da adottare. Non tutto, infatti, passa per i comunicati e le chat sui social. Uno scambio che, secondo alcune fonti de Il Tempo, avrebbe segnato un passaggio. Agli antagonisti viene contestata l’inconcludenza: «Fate casino, ma non combinate nulla». Cortei, scontri, fumogeni, cariche ma senza risultato. Senza obiettivi reali e, soprattutto, senza capacità di incidere. E con un costo crescente: «Prendete botte per strada e basta».

 

 

Gli anarchici rivendicano, dunque, un salto di livello: meno esposizione, più operatività. Meno scontro simbolico, più attacco concreto. Dentro questo scarto si legge il clima che si sta consolidando. Non solo mobilitazione, ma metodo. E soprattutto una convinzione che si fa strada: la piazza non basta più. E il comunicato diffuso nella notte sui canali anarchici ricalca questo pensiero. Non interessa chiarire cosa sia accaduto nel casolare del Parco degli Acquedotti. Non interessa la dinamica. Conta il principio: «l’audace volontà di utilizzare ogni mezzo contro questo sistema». È la risposta alla morte di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Ed è, soprattutto, un’indicazione operativa. La rete si attiva immediatamente. Blog d’area, piattaforme autonome, circuiti Telegram. È lì che circolano testi, commenti, rilanci. Da qui si parte per le prossime tappe. Il referendum visto come il tentativo di trasformare la giustizia in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato parla ai cittadini. Il 41 bis per Alfredo Cospito che scade a maggio, ma il Ministero della Giustizia può disporre una proroga di due anni, impugnabile dalla difesa. La rete anarchica si è già mobilitata con presidi e iniziative per la revoca del carcere duro, con una manifestazione già fissata a Roma il 18 aprile. E poi la manifestazione del 28 marzo. Nelle settimane scorse sabotaggi alla rete ferroviaria, azioni dimostrative, tensioni nei cortei legati alle Olimpiadi hanno offerto un anticipo degli obiettivi di lotta del mondo anarchico. Del resto, nell’ultima Relazione presentata al Parlamento, l’Intelligence scrive: «L’attivismo anarco-insurrezionalista si conferma come il vettore di minaccia più concreto».