intervista

"La Santa Sede è sempre neutrale", parla il cardinale Dziwisz segretario di Wojtyla

Francesco Capozza

A pochi giorni dal ventesimo anniversario della sua creazione cardinalizia (avvenuta il 24 marzo 2006 nel primo concistoro di Benedetto XVI), Sua Eminenza Stanislao Dziwisz, segretario personale di Karol Wojtyla/Giovanni Paolo II per quasi quarant’anni, torna a parlare in esclusiva con Il Tempo. Attualità e ricordi in una lunga ed emozionante chiacchierata.

Eminenza, sull’attuale conflitto in Medio Oriente Papa Leone XIV ha usato parole sagge e misurate, parlando di Pace e della sua personale costernazione «di fronte al fragore delle armi». Eppure, qualcuno ritiene che questo sia troppo poco e chiede una condanna del pontefice nei confronti di Stati Uniti e Israele. Lei che ne pensa?
«Le parole pronunciate dal Santo Padre in queste settimane sono chiare ed inequivocabili, in perfetta continuità con quelle dei diretti predecessori che si sono trovati a guidare la Chiesa in periodi storici minati da conflitti. Benedetto XV definì la Prima guerra mondiale "un’inutile strage" e Pio XII, quando scoppiò la Seconda nel 1939, ricordò ai belligeranti che «nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra». In modo analogo Paolo VI, durante la sua visita all’Onu nel 1965, esortò le Nazioni con parole vibranti pronunciate in francese: «Mai più la guerra!". Questa stessa esortazione fu ripresa, non a caso, da Giovanni Paolo II nel 2003, in occasione della Seconda guerra del Golfo. La Chiesa è sempre stata neutrale, ma ha costantemente lavorato per un unico obiettivo: la Pace. Anche in questo si percepisce chiaramente la continuità della Sede Apostolica».

Come si sarebbe comportato Giovanni Paolo II in questo drammatico frangente storico?
«In parte ho già risposto poc’anzi, ma voglio aggiungere alcuni punti fondamentali per capire il modus agendi di Giovanni Paolo II in situazioni per certi versi analoghe a quella attuale. Quando nel 1991 scoppiò la Prima guerra del Golfo ci fu chi ritenne di poter insinuare una qualche contraddizione tra il "no" assoluto alla guerra, affermato dal Santo Padre per quel conflitto, e il diritto di "ingerenza umanitaria" da lui reclamato perla Bosnia-Erzegovina, dilaniata da una lotta feroce tra etnie. C’era invece una radicale differenza tra le due situazioni.

 

Un conto è la guerra tra Stati, un altro conto, nel caso di un popolo in pericolo di sopravvivenza, è l’intervento per "disarmare" chi semina violenza e repressione con le armi. Giovanni Paolo II era però anche un pontefice che tentò in più occasioni la via diplomatica. Nel 2003, poco prima che scoppiasse nuovamente la guerra nel Golfo, inviò a Washington come suo rappresentante il cardinale Pio Laghi. Il porporato, per decenni tra i migliori diplomatici della Santa Sede, incontrò il presidente George W. Bush alla Casa Bianca per cercare, a nome del Santo Padre, di evitare il conflitto».
 

Tra pochi giorni, il 2 aprile, ricorrerà il ventunesimo anniversario della morte del Santo pontefice; è impressionante vedere ancora oggi, a molti annidi distanza, l’amore e l’affetto che milioni di fedeli di tutte le età provano per questo grande pontefice. Quali sono, secondo lei, le ragioni di quest’ondata di sentimenti ancora così forti?
«Questo affetto planetario ancora oggi così forte nei confronti del Santo Padre mi conforta, ma non mi stupisce. Giovanni Paolo II è entrato nel cuore di diverse generazioni per il suo modo schietto e umano di servire la Chiesa. È stato un pontefice in grado di dialogare apertamente con i potenti della Terra, con gli intellettuali del suo tempo, con gli artisti più acclamati, ma soprattutto è stato un Papa che ha vissuto sempre tra le folle e non “sopra” le folle. Amava stare tra la gente, in particolare insieme ai giovani, ai poveri, ai diseredati, agli ultimi. Inoltre, è stato il primo successore di Pietro a visitare tutti i continenti e gran parte dei Paesi del mondo, portando la sua presenza fisica e la sua parola ovunque».

In numerosi scritti, omelie e discorsi pronunciati in ben ventisette annidi pontificato, Papa Wojtyla è stato spesso lungimirante nel descrivere eventi e situazioni e nel mettere in guardia il mondo. Si potrebbe dire che egli è stato un profeta dei giorni nostri. Come se lo spiega?
«Karol Wojtyla, non solo da Papa, ma anche quando era vescovo e cardinale, ha avuto la straordinaria capacità umana e intellettuale di precorrere i tempi. Era un uomo che spesso, anche approfondendo personalmente i problemi, sapeva trovare la giusta soluzione o capiva con estremo anticipo come questi si sarebbero risolti in futuro. È vero, in moltissime circostanze è stato profetico sia nei suoi scritti che con le sue parole.

 

Faccio un esempio, Giovanni Paolo II sapeva per esperienza diretta cosa fosse il totalitarismo marxista e comunista. Vi individuava un "errore antropologico", poiché allontanavano l’uomo da Dio e, come ha scritto, "la negazione di Dio priva la persona del suo fondamento e di conseguenza, induce a riorganizzare l’ordine sociale prescindendo dalla dignità e dalla responsabilità della persona". Il Papa sapeva che l’arma più efficace è la verità, per questo, pur non disponendo di alcun esercito, ma proclamando con fermezza la verità su Dio e sull’uomo, ha dato un contributo determinante alla caduta dei sistemi totalitari nei paesi dell’Europa centro orientale».

Che ricordi ha di quel fatidico 16 ottobre 1978, quando Karol Wojtyla divenne Giovanni Paolo II?
«Quel giorno ero anche io in Piazza San Pietro ad attendere la fumata bianca che avrebbe annunciato al mondo l’elezione del successore di Giovanni Paolo I. Quando il cardinale protodiacono Pericle Felici scandì il nome dell’eletto, colui che per dodici anni avevo servito come segretario, rimasi esterrefatto. Mi resi subito conto che per me qualcosa stava finendo, ma poche ore dopo appresi dalla viva voce del nuovo Papa che qualcosa fino ad allora inimmaginabile stava per iniziare. Giovanni Paolo II, la sera stessa della sua elezione, mi chiese di continuare il mio lavoro e rimanere al suo fianco. Non dimenticherò mai quel momento, che peraltro significava un cambiamento radicale nella mia stessa vita».