Odio antisemita
Attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982. Dopo 44 anni, 5 indagati
Dopo più di quarant’anni, c’è un’importante svolta sull’attentato di matrice palestinese che il 9 ottobre 1982 colpì i fedeli ebrei in uscita dalla Sinagoga di Roma. La Procura ha infatti concluso le indagini a carico di cinque persone per cui si ipotizza la corresponsabilità nell’attacco terroristico che, con bombe a mano e raffiche di mitra, uccise il piccolo Stefano Gaj Taché, di soli due anni, e ferì altre 40 persone. L'avviso di chiusura indagini riguarda il 68enne Abou Zayed Walid Abdulrahman, detenuto in Francia e già a giudizio per la strage di Rue des Rosiers a Parigi, e altri palestinesi o originari della zona che invece si trovano in Medio Oriente. Sono il 71enne Abed Adra Mahmoud Khader, in Cisgiordania, e Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, Hamada Nizar Tawfiq Mussa e Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman residenti in Giordania. Oltre loro, si ipotizza che abbiano agito in concorso al commando, sebbene siano stati dichiarati deceduti, anche Alhamieda Rashid Mahmoud- alias Fouad Hijazy – e poi Maher Said e Al Awad Yousif.
In una nota, la Comunità Ebraica di Roma ha espresso «riconoscenza agli inquirenti, alla magistratura e alle istituzioni che hanno lavorato in questi anni, anche in cooperazione internazionale, per riaprire e sviluppare le indagini». La presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, Livia Ottolenghi, ha invece commentato la notizia definendola «un passaggio importante nella lunga ricerca di verità e giustizia, che però non ci consola» e ribadendo poi che «la piena chiarezza su quella tragedia è un dovere verso la comunità e verso l’Italia intera». La responsabilità dell’attacco alla Sinagoga è stata attribuita a un commando palestinese del Consiglio Rivoluzionario di Al Fatah, guidato da Abu Nidal. Dei terroristi, finora, solo Osama Abdel Al Zomar è stato condannato in contumacia per il reato di strage dalla Corte di Appello di Roma. Nessuno degli autori è però mai stato consegnato alla giustizia. Le indagini sono state riattivate sulla base di prove recentemente emerse che hanno consentito di evidenziare le convergenze tra l’attentato alla Sinagoga di Roma e quello al ristorante Jo-Goldenberg di Parigi, tali da individuare coloro che si ritiene abbiano contribuito al compimento dell’attacco.
Da Fratelli di Italia, il deputato Federico Mollicone ha detto che «non si tratta solo di un successo giudiziario, ma di una fondamentale verità storica che riemerge dal buio degli anni di piombo». Di qui «il lavoro investigativo svolto in coordinamento con le autorità francesi dimostra l'esistenza di una regia unica e transnazionale riconducibile all'organizzazione di Abu Nidal». Il tragico attentato alla Sinagoga è impresso nella memoria cittadina e fu preceduto da un clima di tensione contro Israele che si riversò violentemente contro gli ebrei. Dalla scritta «Bruceremo i covi dei sionisti» fuori la sinagoga di Via Garfagnana alla piccola bara bianca lasciata ai piedi del Tempio Maggiore durante un corteo dei sindacati. «Non ci fermeremo finché non sarà fatta piena luce su ogni responsabilità. La giustizia, anche dopo tanti anni, è l’unico modo per restituire dignità alle vittime e forza ai valori democratici su cui si fonda il nostro Paese» conclude il presidente della comunità ebraica romana, Victor Fadlun, ricordando poi le parole pronunciate dal presidente Mattarella nel giorno del suo insediamento al Quirinale verso Stefano Gaj Taché: «Era un nostro bambino, un bambino italiano».