IL VIDEO SU SOCIAL

Meloni scende in campo: "Ecco perché bisogna votare Sì Giustizia libera dalla politica"

DARIO MARTINI

Negli ultimi giorni Giorgia Meloni aveva già intensificato le sue apparizioni televisive e radiofoniche per parlare della riforma della giustizia. Un tema che però si accompagnava sempre alle altre questioni "calde" del momento, dall’immigrazione alla guerra in Iran. Ieri abbiamo assistito ad una svolta. A meno di due settimane dal voto del 22 e 23 marzo, il presidente del Consiglio è sceso in campo in prima persona con un video diffuso sui social interamente dedicato al referendum. Tredici minuti e cinquantaquattro secondi in cui ha toccato tutti i punti essenziali, replicando al contempo alle principali critiche ricevute. Uno dei messaggi di questo filmato, forse il più rilevante, è il ribaltamento della principale accusa mossa dalla sinistra e dall’Anm. Se loro gridano al pericolo di «scivolamento del nostro Paese verso un modello autoritario», Meloni capovolge il ragionamento: «L’obiettivo è una giustizia più moderna e più autonoma, libera dai condizionamenti della politica». Si tratta di «una riforma contro le degenerazioni di un sistema bloccato e non contro i magistrati». E a chi dice che così si rischia di indebolire il potere giudiziario rafforzando il controllo del governo, Meloni risponde in questi termini: «Voglio essere chiara, siamo quasi alla fantascienza. Questa è una menzogna, perché la riforma fa l’esatto contrario, libera i magistrati dal controllo della politica». È nell’attuale sistema, invece, spiega ancora la premier, «che i giudici sono spesso costretti a rispondere a una logica politica, atteso che le loro carriere sono decise da persone scelte da partiti in Parlamento o da correnti ideologizzate interne alla magistratura». Insomma, è un modo per restituire alle toghe l’«autorevolezza persa» a causa delle «reazioni spropositate ad ogni tentativo di riforma». 

Meloni rassicura anche su un altro aspetto, a suo dire decisivo. Non è vero, come taluni sostengono, che non ci saranno ricadute positive sull’efficienza dei processi. Sarà l’esatto contrario, perché grazie «al sorteggio dei membri del Csm e all’Alta corte disciplinare» verranno privilegiati e premiati «meriti» e «competenze». Ancora, la sinistra sostiene chela separazione delle carriere sia l’anticamera di un sistema illiberale. Eppure, ricorda il capo del governo, «nella maggior parte dei paesi europei la separazione delle carriere esiste». Allora, «sono tutti gli altri Paesi illiberali o siamo noi ad essere rimasti indietro?». C’è anche spazio per una citazione. La premier fa ricorso alle parole del presidente del tribunale di Brescia, Stefano Scati, sostenitore del No, il quale «ha detto queste testuali parole: "Se io sono un membro del Csm eletto da una corrente progressista e voto in un incarico direttivo un membro chela pensa diversamente dovrò poi rispondere alla corrente di quello che ho fatto. Se invece noi mettessimo dei membri sorteggiati, questi decideranno secondo il loro arbitrio"».

Per la premier, questo modo di ragionare, è lo spot migliore per il Sì: «Oggi se vuoi fare carriera devi rispondere alla corrente, con il sorteggio non sarà più così». La risposta di Scati arriva a stretto giro: «Quella frase è stata male interpretata», giura. Per sottolineare le «storture da correggere», Meloni cita anche il caso pubblicato ieri in prima pagina da Il Tempo: «Se un magistrato sbaglia, se è negligente o se, come purtroppo è accaduto, si dimentica in carcere un imputato per quasi un anno oltre la scadenza del termine (della scarcerazione) nella maggior parte dei casi non accade nulla: quel magistrato fa carriera e chi subisce questa sventura può essere qualsiasi cittadino onesto». Il video si chiude con una doccia fredda perla sinistra: «Dicono chevoto serve per mandare a casa il governo. Non cadete nella trappola. Usano lo scudo del governo perché non vogliono una riforma sacrosanta, ma il governo non si dimetterà in caso di vittoria dei No. Gli italiani che vogliono mandarci a casa possono farlo tranquillamente fra un anno, ma oggi si vota sulla giustizia, non sulla politica».