Editoriale del direttore
Rogoredo, punire il colpevole ma non sia caccia alla divisa. Più che mai oggi noi con la polizia
Davvero non possono esserci equivoci. Se verrà dimostrato che a Rogoredo un poliziotto ha ucciso a sangue freddo un uomo, è non solo giusto ma sacrosanto che l’agente sia condannato con la massima severità.Abbia dunque il suo processo, sia difeso come compete a qualunque cittadino imputato, ma - se trovato effettivamente colpevole - riceva la durissima condanna che merita.
La circostanza è aggravata dal fatto, sempre ammesso che la tesi accusatoria venga confermata, di aver organizzato una messinscena, di aver tentato di ingannare l’opinione pubblica, e di aver così gettato discredito anche sui suoi colleghi. Ha tradito la divisa e tutti noi. Ma qui occorre fermarsi. Lo dico con altrettanta chiarezza: non è bello il sottile compiacimento con cui alcuni media stanno tentando di trasformare questo episodio (giova ribadirlo: gravissimo e non scusabile) in una occasione di gogna ai danni delle forze dell’ordine.Questo non è ammissibile. Diciamolo con nettezza: questa brutta storia non «pareggia» niente. Non pareggia l’incredibile attacco ai carabinieri a proposito del caso Ramy; non pareggia l’episodio del poliziotto circondato e martellato dai teppisti di Torino; non pareggia il caso delle centinaia di agenti, in tutti questi anni, messi sotto indagine (con costi umani, economici e di carriera) solo per aver legittimamente usato le loro armi; non pareggia lo sforzo e i rischi di chi ogni mattina indossa la sua divisa ed esce di casa esponendosi a pericoli enormi per millequattrocento o millecinquecento euro al mese. È il caso di non dimenticarlo mai.