Editoriale del direttore

Rogoredo, punire il colpevole ma non sia caccia alla divisa. Più che mai oggi noi con la polizia

Daniele Capezzone

Davvero non possono esserci equivoci. Se verrà dimostrato che a Rogoredo un poliziotto ha ucciso a sangue freddo un uomo, è non solo giusto ma sacrosanto che l’agente sia condannato con la massima severità.Abbia dunque il suo processo, sia difeso come compete a qualunque cittadino imputato, ma - se trovato effettivamente colpevole - riceva la durissima condanna che merita.
La circostanza è aggravata dal fatto, sempre ammesso che la tesi accusatoria venga confermata, di aver organizzato una  messinscena, di aver tentato di ingannare l’opinione pubblica, e di aver così gettato discredito anche sui suoi colleghi. Ha tradito la divisa e tutti noi. Ma qui occorre fermarsi. Lo dico con altrettanta chiarezza: non è bello il sottile compiacimento con cui alcuni media stanno tentando di trasformare questo episodio (giova ribadirlo: gravissimo e non scusabile) in una occasione di gogna ai danni delle forze dell’ordine.Questo non è ammissibile. Diciamolo con nettezza: questa brutta storia non «pareggia» niente. Non pareggia l’incredibile attacco ai carabinieri a proposito del caso Ramy; non pareggia l’episodio del poliziotto circondato e martellato dai teppisti di Torino; non pareggia il caso delle centinaia di agenti, in tutti questi anni, messi sotto indagine (con costi umani, economici e di carriera) solo per aver legittimamente usato le loro armi; non pareggia lo sforzo e i rischi di chi ogni mattina indossa la sua divisa ed esce di casa esponendosi a pericoli enormi per millequattrocento o millecinquecento euro al mese. È il caso di non dimenticarlo mai.